Attirati dall’amore

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 22 marzo, quinta di Quaresima: Geremia 31,31-34; salmo 50; Ebrei 5,7-9; Giovanni 12,20-33

Il nostro itinerario quaresimale dietro a Gesù che cammina verso la sua Pasqua sta arrivando alla sua conclusione. Dopo la tappa del deserto e del Tabor (accompagnati dal Vangelo di Marco), abbiamo seguito Gesù (con l’evangelista Giovanni) nel suo primo viaggio a Gerusalemme: là, scacciando mercanti e cambiavalute, ha parlato di un nuovo tempio, edificato in tre giorni, quello del suo corpo. E durante la notte, ricevendo la visita di un importante giudeo, Nicodemo, gli ha rivelato il cuore del progetto di Dio con l’umanità: amare fino a donare tutto se stesso nel figlio Gesù, che deve essere innalzato, come il serpente di bronzo. Dopo quel primo viaggio a Gerusalemme, Gesù continua il suo ministero in Samaria e Galilea, andando anche altre volte a Gerusalemme. Nel Vangelo di oggi troviamo Gesù a Gerusalemme, tre o quattro giorni prima della Pasqua, cioè prima di essere arrestato, condannato e crocifisso. Gesù ha capito che i piani dei capi su di lui sono ormai decisi; e soprattutto ha capito che attraverso questo cammino si compie il progetto di Dio che aveva rivelato a Nicodemo appena un paio di anni prima, in una notte a Gerusalemme.

Quanto alcuni simpatizzanti del giudaismo, venuti a Gerusalemme per la Pasqua, manifestano agli apostoli il loro desiderio di “vedere Gesù”, di cui avevano sentito parlare, e gli apostoli portano questa ambasciata a Gesù, dalla sua bocca e dal suo cuore escono poche e dense parole, sul mistero pasquale e sul cammino dei discepoli. “È giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”: durante il suo ministero Gesù ha parlato di una “ora”, cioè il tempo che il Padre avrebbe determinato perché Gesù portasse a termine la sua missione: la gloria di Gesù, ciò che lo realizza, sta per arrivare; ma non è come la gloria che ogni persona desidera. La sua gloria è come quella del chicco di grano che è lanciato a terra e marcisce per produrre la spiga, cioè muore per dare vita a tanti altri chicchi. Dalla natura, che ha imparato a conoscere mentre cresceva a Nazaret e dalla quale ha tratto molte delle sue parabole, Gesù trae l’immagine per spiegare il senso della sua imminente morte: è per produrre frutto, per dare vita a molti.

Dall’osservazione della natura passa a guardare come vivono le persone: esse amano la vita, e fanno bene, perché è il dono più prezioso che hanno. Ma – ci avverte Gesù – c’è un amore per la vita che porta a perderla, quando siamo troppo preoccupati di noi stessi, quando ci aspettiamo tutto dagli altri, quanto non facciamo nulla per chi vive in modo disumano accanto a noi o lontano: è come il chicco di grano che non muore, e rimane solo. Chi invece ama la sua vita senza farne un idolo, e quindi è capace di rinunciare a qualche suo desiderio in nome di valori più grandi, come la solidarietà, costui è come il chicco che dà frutto. Costui riconosce che la pienezza della vita (del desiderio) non viene dal numero di anni, non dalla ricchezza, dalla fama o da piaceri senza fine, ma dal sentirsi amati e dall’essere capaci di amare. Su questa strada Gesù ci chiama a seguirlo nel suo mistero pasquale.

Ecco, in queste parole è nascosto il significato della Pasqua nella quale Gesù entra e chiede a noi suoi discepoli di seguirlo (“dove sono io, là sarà anche il mio servo”). Il significato è nascosto, perché non lo si può dimostrare, come un’equazione, non lo si può imporre, come una legge. Lo si può solo riconoscere come una piccola ma forte luce che illumina il nostro cammino, quando ci troviamo di fronte a quello che non riusciamo a spiegare ma desideriamo profondamente capire: come la sofferenza dovuta a una malattia, alla morte di persone care; come la violenza assurda di chi si uccide facendo morire migliaia di persone, magari in nome di Dio. Anche i questi momenti, e soprattutto lì, Gesù ci invita ad affidarci. Egli ha avuto paura, come ognuno di noi; non aveva in tasca la soluzione della storia, ma si è affidato, fino in fondo. In Lui si realizza la nuova alleanza preannunciata dal profeta Geremia: “scriverò la mia legge nel loro cuore.” Così la lettera agli ebrei può affermare che Gesù ha imparato ad obbedire al Padre passando attraverso la sofferenza, e per il suo pieno abbandono a Lui ha vinto la morte.

Gesù è convinto che la sua obbedienza al Padre non è il cammino che salva solo Lui, ma salva l’umanità intera. Le persone di Gerusalemme vedranno compiersi un giudizio: i capi religiosi e politici condannano Gesù a morte. Ciò che gli uomini non vedono, ma Gesù vede e rivela ai discepoli, è che la sua croce giudica il mondo, condanna e uccide il male. L’unico modo di vincere il male, che si nutre di violenza (fisica o di altre forme), è l’amore che si dona, che assume su di sé il male, che in un certo senso lo assorbe per farlo finire, mentre ogni altra risposta lo farebbe continuare.

Per questo Gesù conclude: “quando sarò innalzato (sarò crocifisso) attirerò tutti a me”: il suo dono di amore diventa principio di un mondo nuovo. Entrare in questo modo di vedere e vivere la vita non dipende da un insegnamento, da un convincimento: è possibile solo per “attrazione”, per un convincimento interiore, personale, come quando capiamo una cosa perché la proviamo sulla nostra pelle. Che il Signore di conceda di entrare in questa sapienza nascosta della croce, ci conceda di esserne attirati e salvati