Attraversare la porta della casa del Padre

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 6 marzo: Giosuè 5,9-12; salmo 33; 2 Corinzi 5,17-21; Luca 15,1-3.11-32

La parabola che oggi ascoltiamo nel Vangelo è una delle più belle e più conosciute, anche se il titolo tradizionale di “parabola del figlio prodigo” (=dissipatore) non esprime bene il suo messaggio centrale. Se facciamo attenzione alla storia, notiamo che il personaggio centrale non è il figlio minore che se ne va da casa e neppure quello che vi rimane: è invece il padre di tutti e due. L’inizio dice: “un padre aveva due figli…”. Poi la storia si distribuisce in due parti: la prima parla del figlio minore, la seconda del maggiore. Il padre interviene a conclusione di ciascuna delle due: esce per accogliere il figlio minore che ritorna a casa in cerca di un po’ di pane; esce per invitare il figlio maggiore ad entrare quando è già iniziata la festa per il ritorno del fratello.

Al centro della storia c’è il padre e il suo amore altrettanto vero per ciascuno dei due figli: quando esce per accogliere entrambi i figli esprime i suoi sentimenti e le sue convinzioni. Di fronte al figlio minore che ritorna (forse è un po’ pentito, ma ciò che più lo muove è la necessità di mangiare) si mette a correre, lo abbraccia, lo bacia, e ordina di preparare subito una festa in suo onore. Non gli importa di verificare se il figlio è davvero pentito, se ha capito la lezione…. Il padre sente una grande gioia per il solo fatto che quel figlio ha deciso di ritornare a casa: “era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita”.

È così importante fare festa che non aspetta neppure il ritorno del figlio maggiore. Quando egli arriva non vuole entrare: non può ammettere che si faccia una festa così grande per quel figlio che ha rinnegato il padre, quando invece lui ha sempre obbedito (e non ha mai potuto fare una festa così!). Per lui non è giusto che il fratello minore riceva quell’accoglienza dopo essere fuggito di casa e lui non riceva nulla quando è sempre obbediente al padre. Anche a lui il padre risponde, spiegandogli quello che forse non ha ancora capito, che tutto quello che è del padre è anche del figlio, che il padre dona in anticipo ai figli e non paga in base ai meriti. La festa che si sta facendo in casa non è una ricompensa per quello che il fratello ha fatto (che meriterebbe invece un castigo), ma è l’espressione della gioia del padre che ama così tanto i suoi figli che quando ne ritrova uno che era perso non può non fare festa. E sarebbe contento se anche il suo primo figlio condividesse questo suo sentimento di gioia che scaturisce dall’amore.

Gesù racconta questa parabola agli scribi e farisei, che lo criticano per il fatto che mangia con i peccatori. Essi pensano: un maestro della legge dovrebbe sapere che ciò significa entrare in contatto con persone che sono lontane da Dio! Essi sono rappresentati dal fratello maggiore della parabola, che non può accettare il modo di agire del padre. L’invito che il padre fa al figlio maggiore di prendere parte alla festa, di comprendere le ragioni del suo amore di padre, è lo stesso che Gesù fa agli scribi per comprendere le ragioni per cui Egli mangia con i peccatori.

Questo stesso invito fa l’evangelista Luca ai cristiani della sua comunità e del suo tempo (circa 40 anni dopo la morte e risurrezione di Gesù). Ed è lo stesso che il Vangelo di Luca fa a noi oggi. Noi che ascoltiamo il Vangelo apparteniamo alla comunità dei credenti; siamo peccatori, sì, ma tra i due figli della parabola ci identifichiamo più con il maggiore che con il minore (anche se ognuno di noi in qualche momento della vita si è allontanato dalla casa del padre). Allora la parabola serve anche per noi!

Noi ci impegniamo per vivere da buoni cristiani; partecipiamo alla messa; offriamo un po’ del nostro tempo e anche dei nostri beni per aiutare qualcuno; insomma, amiamo Dio con cuore sincero. Ma è molto forte in noi la tendenza a criticare questa o quella persona, a confrontare il nostro comportamento (giusto) con quello degli altri (sbagliato). Sembra quasi che nel nostro essere cristiani sia più importante osservare gli errori degli altri che scoprire il dono che abbiamo ricevuto e accolto con fede. Il figlio maggiore parla così al padre: io ti servo da tanto tempo… Il padre invece gli dice: figlio, tutto quello che è mio è tuo. Il figlio pensa che il padre dovrebbe dare secondo quanto ciascuno merita. Il padre invece dà tutto il suo amore dall’inizio, e spera che tutti possano comprenderlo.

Forse sta qui il passo più importante da fare nella nostra vita di cristiani, la conversione più grande: scoprire sempre di più il valore del regalo che abbiamo ricevuto da Dio, il suo amore di Padre che ci dà vita. Se questa diventa la cosa più importante che sentiamo nel nostro cuore, allora potremo anche capire il Padre che non riesce a non accogliere nella sua casa i figli che se ne erano andati; allora non vedremo più la vita come un calcolo, dove ciascuno riceve esattamente quello che merita (cosa avremmo noi, se fosse così?), ma come un dono gratuito, dato a tutti. Non sentiremo più invidia per chi riceve amore anche se non lo merita, ma tristezza per chi non si apre all’amore di Dio che perdona e accoglie tutti coloro che ritornano a Lui.

Allora entreremo anche noi nella casa dove il Padre fa festa. E la festa e la gioia del Padre sarà anche per noi, perché – non meno dei figli tornati da lontano – eravamo lontani da lui, non avevamo ancora capito quanto ci ama; non avevamo ancora cominciato ad amare come lui.