Che contrasto!

Riflessione sulla Parola di Dio di domenica 20 settembre: Sapienza 2,12-20; salmo 53; lettera di Giacomo 3,16-4,3; Marco 9,30-37

Il racconto del Vangelo di oggi ci presenta un forte contrasto: da una parte Gesù per la seconda volta annuncia ai discepoli che sarà consegnato nelle mani degli uomini (cioè sarà tradito e ingiustamente condannato a morte) e risusciterà; dall’altra i discepoli, per quella stessa via sulla quale Gesù rivela il suo destino pasquale, sono presi dalla preoccupazione di definire chi tra loro è il più importante. Gesù capisce e fa finta di niente. A fine giornata, arrivati nella casa di Cafarnao, si siede (nella posizione del maestro che insegna) e chiama i discepoli (non sono lontani da lui nello spazio, ma nel modo di pensare e sentire) per riprendere l’insegnamento dato durante il cammino. Questa volta parte da loro, da dove si trovano: “di cosa parlavate lungo il cammino?” Silenzio! Gesù solleva il velo di ciò che occupa e preoccupa il cuore e la mente dei discepoli: essi si sentono riconosciuti, scoperti. Percepiscono quanto sono diversi i loro pensieri dalle esigenze che Gesù chiede a chi vuole seguirlo. Gesù non li rimprovera, ma si abbassa fino a dove si trovano, e tende loro la mano, indica un cammino che a partire da dove sono li può portare vicini a Gesù. Prende un bambino, lo abbraccia e mantenendolo tra le sue braccia ripete, in altro modo, l’insegnamento che aveva dato ai suoi durante il cammino. Gesù fa capire che il desiderio di essere persone importanti è una cosa buona; il vangelo che Gesù annuncia non ci invita ad essere delle persone di poco valore, non ci esorta ad essere “meschini” ma grandi. La differenza “critica” che Gesù porta, con la sua vita e il suo insegnamento, riguarda il modo, la strada per arrivare a questo obiettivo: egli insegna la strada dell’umiltà (essere gli ultimi), che diventa concreta nel servizio (essere servi-diaconi), che è autentico quando si fa accoglienza per chi è debole, indifeso e bisognoso di qualcuno che lo faccia vivere (il bambino, come tale e anche come simbolo delle persone che si trovano in quella condizione di debolezza e dipendenza) e non ha nessun modo di contraccambiare se non con la gratitudine. Questa strada verso la grandezza insegnata da Gesù riserva una sorpresa inimmaginabile: chi si fa ultimo-servo, chi accoglie il bisognoso… accoglie in realtà Gesù e Dio Padre. Quale uomo o donna può essere più grande di chi accoglie il suo creatore?

Ascoltando questa storia, per noi che da un po’ frequentiamo il Vangelo è facile comprendere la posizione sbagliata dei discepoli e concordare con il bell’insegnamento di Gesù. Ma se appena spostiamo il nostro sguardo dalla pagina di Vangelo alla nostra vita, scopriamo lo stesso contrasto che Marco mette in evidenza, e ancora più grande! (il contrasto che Giacomo a chiare lettere mostra presente tra i cristiani delle prime comunità). Le parole di Gesù, se le ascoltiamo davvero, alzano il velo anche sui nostri modi di essere i primi, i più importanti degli altri: e anche noi rimaniamo in silenzio, come i discepoli. Non è facile fidarsi della strada che Gesù insegna per essere grandi, è difficile percorrerla davvero e sempre. Molti (forse la maggioranza) vanno nella direzione opposta, e molto di corsa, deridendo chi non corre dietro la loro. Se chiediamo la grazia di vedere in cosa consiste la vera grandezza e il valore della nostra vita, possiamo accogliere la proposta alternativa di Gesù e viverla come un cammino di libertà e realizzazione, anche se ci fa incontrare il sacrificio, cioè il prezzo dell’amore.