Discepoli missionari

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 31 maggio, festa della Santissima Trinità: Deuteronomio 4,32-34.39-40; salmo 32; Romani 8, 14-17; Matteo 28, 16-20

Il dono dello Spirito Santo ha concluso il tempo liturgico della Pasqua. Prima di riprendere il tempo ordinario, nel quale continueremo ad accompagnare Gesù con il racconto scritto da S. Marco, la liturgia propone due domeniche “a tema”: quella della S. Trinità e quella del Corpo di Cristo (l’Eucarestia). Ci invita a contemplare il mistero del Vangelo a partire da due aspetti centrali della nostra fede, che la storia di Gesù (conclusa con la risurrezione, ascensione e invio dello Spirito) ha rivelato.

Il Vangelo ci riporta ancora all’ultimo incontro del Risorto con i discepoli, prima di ritornare al Padre. Sono le sue ultime parole, quelle che esprimono la missione che Gesù affida agli undici. Il suo centro sta nell’ordine principale che Gesù da ai suoi: “fate discepoli tutti popoli”. Essi sono chiamati a trasmettere a tutta l’umanità l’esperienza che hanno fatto con Gesù, che li ha chiamati ad essere discepoli suoi, cioè ad “imparare” da Lui (questo significa la parola “discepolo”). Essi hanno vissuto con Gesù per alcuni mesi (probabilmente per circa tre anni), hanno visto come lui viveva, come incontrava gli altri, come pregava, come soccorreva le persone in difficoltà. Hanno imparato da Gesù a vivere considerando Dio come Padre premuroso e misericordioso, considerando se stessi come figli amati in modo gratuito, e considerando gli altri fratelli di cammino e non avversari, e aiutando quelli che più sono dimenticati. Essere discepoli per loro non ha significato imparare una “dottrina” (delle idee su Dio e sull’uomo), né osservare delle norme. Invece, hanno conosciuto Gesù, che ha rivelato loro il volto di Dio (la Trinità, il mistero ricordato in questa domenica) e così ha illuminato a loro la strada per essere autenticamente uomini e donne.

È questa la strada che il popolo di Dio ha sempre cercato, e della quale parla Mosè al popolo (1° lettura): riconosci che Dio ti ha liberato dalla schiavitù; Lui solo è Dio, quello che si fa vicino alla tua vita, per soccorrerti. Questa strada ha aperto Dio mandando il suo Figlio, per accogliere tutti come figli adottivi, mediante il dono del suo Spirito, come ricorda san Paolo (2° lettura).

Per questo la fede e la missione del cristiano riguardano prima di tutto la vita, la testimonianza, le relazioni vere tra le persone: le parole che annunciano Gesù dicono qualcosa se chi le ascolta può vederle praticate nella vita di chi le pronuncia; se no, non servono a nulla. Questa missione di Gesù può compierla solo chi vive come suo discepolo, perché consiste nell’attrarre altri verso lo stesso centro che attira il discepolo.

Con una formula felice (coniata dalla Conferenza delle Chiese latino-americane celebrata in Brasile nel 2007 e poi ripresa da papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium), noi cristiani siamo “discepoli missionari”. Siccome la fede è un modo di vivere da uomini e donne autentici (e non una serie di idee su Dio), non è possibile essere cristiani senza fare propria la missione di Gesù; e non è possibile dire parlare di Gesù agli altri senza dirlo con la propria vita.