Distruggere e ricostruire

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 8 marzo, terza di quaresima: Esodo 20,1-17; Salmo 18; 1 Corinzi 1,22-25; Giovanni 2,13-25

Nel nostro cammino al seguito di Gesù in preparazione alla Pasqua, a partire da questa domenica ci guida non più l’evangelista Marco ma Giovanni. Nel racconto di Marco (come anche di Matteo e Luca) Gesù fa un unico lungo viaggio verso Gerusalemme, dove si realizza quanto ha più volte detto ai discepoli durante il cammino. Nel racconto di Giovanni, invece, troviamo Gesù per tre volte a Gerusalemme durante i giorni della Pasqua (la festa giudaica più importante, che ricordava la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto). La pagina di oggi ci racconta quello che è successo la prima volta che Gesù è andato a Gerusalemme durante il suo ministero: erano i giorni che precedevano la Pasqua.

Entra nel Tempio, il simGiovanni-213-25bolo della religione giudaica, il segno visibile della presenza invisibile di Dio in mezzo al suo popolo. Il sistema dei sacrifici animali realizzati nel Tempio richiedeva tutto un apparato logistico di chi vendeva gli animali (perché chi veniva da lontano non poteva portarseli) e di chi cambiava i soldi (perché nel Tempio si accettava solo un certo tipo di monete): la Pasqua era il momento di maggior afflusso di pellegrini giudei non solo dalla Palestina ma anche dalle regioni vicine. Gesù, vedendo tutto questo apparato di vendite, perde la pazienza e scaccia tutti, buttando all’aria banchi, monete e animali. Possiamo immaginarci la reazione dei presenti, che lo avranno considerato fuori di sé: “Come ti permetti di criticare ciò che facciamo? Noi stiamo obbedendo alla legge di Mosè; tu ci puoi dimostrare di essere più grande di Mosè? Quale credenziale ci mostri per giustificare quello che hai fatto?” Gesù risponde, ma a modo suo: “distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere”. Questa risposta non fa che allargare la distanza tra Gesù e chi lo ascolta; “quel tempio” era appena stato ampliato e abbellito, con un lavoro durato quarantasei anni! Non sappiamo come si sia conclusa la discussione e chi abbia pagato i danni provocati da Gesù. L’evangelista non è preoccupato con questo, ma conclude spiegando che i discepoli sono riusciti a capire il significato di quel gesto dopo la morte e risurrezione di Gesù; e il ricordo di quel primo gesto compiuto da Gesù nel Tempio di Gerusalemme li ha aiutati a comprendere la sua morte e risurrezione e a credere in Lui.

Dunque c’è un rapporto stretto tra il gesto di Gesù nel tempio, la spiegazione che ne dà e la conclusione della vita di Gesù, cioè la sua morte e risurrezione. Anche il contesto e le parole usate ce lo confermano: Gesù parla di distruzione e risurrezione e spiega il suo gesto come una anticipazione del suo destino, che si compierà ancora a Gerusalemme, ancora durante la festa della Pasqua. Per questo motivo la liturgia ci offre questo episodio del Vangelo di Giovanni come aiuto nel cammino della quaresima. Allora ci chiediamo: che cosa esprime questo gesto e queste parole di Gesù del mistero della Pasqua? Come ci aiuta a entrare nel mistero che sta al centro della nostra fede e che celebriamo ogni anno per diventare sempre di più discepoli di Gesù?

Ci dice che Gesù è venuto a ri-formare, a distruggere ciò che allontana gli uomini da Dio e ricostruire una umanità nuova. Cosa ci allontana da Dio? È la tentazione di adorare come idoli le cose o le persone: questa tentazione prende anche noi che siamo “persone religiose”, come erano quelle che Gesù incontra nel Tempio di Gerusalemme. Facciamo fatica a comprendere e vivere la volontà di Dio (che è sintetizzata nei dieci comandamenti, che la prima lettura di oggi ci propone) nel suo vero significato e fine, che è di rispondere all’alleanza di amore di Dio. Dio ha ordinato, mediante Mosè, di non adorare come un idolo nulla di quello che c’è in cielo, sulla terra e sotto terra. Non possiamo far dipendere la nostra felicità da nulla di tutto ciò che esiste, che è stato creato da Dio a nostro servizio: non il potere, non il denaro, non il piacere. Noi lo sappiamo, ma siamo portati a questo, a far diventare idolo le cose o le persone, o noi stessi, e così il nostro cuore si allontana da Dio, si perde.

Gesù, ribaltando i tavoli dei mercanti nel tempio, ci ricorda che anche nella nostra vita c’è qualcosa da ribaltare, perché perdiamo di vista ciò che è più importante, ci fermiamo a metà strada: lui è venuto per distruggere il nostro modo sbagliato di cercare Dio e per mostrarci la strada giusta per rispondere al suo amore. Il nuovo Tempio, dove si può incontrare e adorare Dio, è il Corpo di Gesù: è la vita umana di Gesù il tempio dove Dio ci parla, dove ci viene incontro, ci dice chi è per noi, cosa fa per noi. È imitando la vita umana di Gesù che noi possiamo rispondere alla sua alleanza come Lui desidera. La “legge di Dio”, espressa nei comandamenti e lodata nel salmo 18 come ciò che ridona respiro, si compie tutta nella vita di Gesù, che donandosi totalmente sarà ucciso e poi risusciterà.

Paolo nella seconda lettura ci dice che è difficile capire ciò con le sole forze umane: il dono di sé che Gesù ha fatto sulla croce (che è la conclusione della logica di tutta la sua vita) è scandalo per chi cerca potenza, è stupidità per chi cerca sapienza, ma per i “chiamati” è potenza e sapienza. Questo vale per tutti noi: nella nostra vocazione di marito o moglie, di genitore o figlio, di lavoratore e cittadino, siamo “chiamati” ad agire per vero amore, resistendo agli idoli che ci illudono di essere felici senza donarci totalmente, senza fare sacrificio della nostra vita. Questo è il nostro peccato, che Gesù carica su di sé e inchioda alla croce, perché noi siamo liberi di vivere come è vissuto lui.