I frutti della Risurrezione

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 3 maggio, quinta di Pasqua: Atti degli apostoli 9,26-31; salmo 21; 1 Giovanni 3,18-24; Giovanni 15,1-8

Continuiamo ad ascoltare le parole che Gesù ha pronunciato prima della sua passione e morte, e che i discepoli hanno ricordato e compreso dopo averlo incontrato vivo e vincitore della morte. Come domenica scorsa, anche oggi Gesù parla di sé e di noi con l’aiuto di una immagine della natura: non più il pastore e le pecore, ma la vite e i tralci. Sono immagini che parlano di relazione vitale. È molto importante per Gesù essere in relazione con noi suoi discepoli; e ci dice che il valore della nostra vita sta nel corrispondere alla relazione con lui.

Ciò che succede nella natura con la vite e i tralci, succede nel rapporto tra Gesù risorto e i suoi discepoli, che siamo noi. La vite esiste per dar vita ai rami; i rami esistono per produrre il frutto, che è l’uva (si tratta di una pianta molto comune nella regione mediterranea, e usata spesso come immagine nella Bibbia, per indicare il rapporto tra Dio e il suo popolo; anche Gesù racconta delle parabole con la storia della vite). Con questa immagine Gesù ci dice che la bellezza della nostra vita consiste nel dare frutto, cioè vivere facendo crescere vita e gioia (l’uva produce il vino, che rallegra il cuore umano). Di quali frutti parla Gesù? Ci risponde ancora l’apostolo Giovanni, nella seconda lettura: amarci gli uni gli altri, secondo il comandamento nuovo che Gesù aveva dato ai discepoli durante l’ultima cena.

Chiediamoci: voglio dare frutto con la mia vita? quali frutti produco nella mia vita quotidiana? Voglio e sono capace di dare i frutti che Gesù ci ha insegnato?

Guardando alla vite è facile capire la condizione necessaria perché i rami diano frutto: rimanere uniti alla vite. Se in natura è impossibile che un ramo decida da solo di staccarsi dalla vite, Gesù lascia intendere che questo può invece succedere nel rapporto tra noi e Lui: il ramo può decidere di non stare unito alla vite. L’uomo può liberamente decidere di vivere in modo diverso da quello per cui esiste (cioè, dare vita): può decidere di non dare frutti, o dare frutti che producono morte. La condizione che Gesù chiede è di rimanere in Lui e permettere che Egli rimanga in noi. Come si fa a rimanere in questa unione con Lui?

Gesù ci risponde nel Vangelo: fare sì che le sue parole rimangano in noi. Chiediamoci: quale spazio riservo nella mia vita per ascoltare e interiorizzare le Parole di Gesù? Mi lascio illuminare dalle sue parole nelle mie decisioni e azioni di ogni giorno?

Un’altra condizione che Gesù indica è “essere suoi discepoli”, cioè desiderare imparare da Lui, sceglierlo come maestro; cercare qual è la nostra vocazione, e viverla con tutte le nostre energie. Al di là delle parole, quali delle mie azioni concrete mi dice che voglio diventare discepolo di Gesù?

La prima lettura ci offre l’esempio di Paolo, che dopo essere stato illuminato da Gesù diventa un suo annunciatore. Dopo Paolo, abbiamo molti altri esempi nei santi, fino a chi vive vicino a noi e ci mostra nel suo modo di agire profondamente umano che vale la pena vivere dando frutto, e frutto di vita: frutto di resurrezione.