I segni e la fede

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 12 aprile, seconda di Pasqua, della misericordia: Atti degli apostoli 4,32-35; salmo 117; Prima lettera di Giovanni 5,1-6; Vangelo di Giovanni, 20,19-31. In questa S. Messa Fabio Cappello fa la professione perpetua. Siamo riuniti anche noi otto giorni dopo la Pasqua. Siamo venuti per incontrare Gesù risorto, per riconoscerlo presente e vivo in mezzo a noi. Oggi, tra noi, c’è un discepolo, Fabio, che con la professione perpetua si lascia consacrare da Dio e promette di restargli fedele per sempre, condividendo la vita e la missione dei religiosi della Sacra Famiglia. La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci aiuta a comprendere il gesto di Fabio, ed Egli, con la sua consacrazione, è per noi un segno che la Parola di Dio è capace di rinnovare e compiere la vita. Il Vangelo di Giovanni ci ha fatto ascoltare gli ultimi “segni” che Gesù Risorto ha compiuto prima di tornare al Padre e che l’apostolo Giovanni ha scritto come conclusione del suo libro. La sera del giorno dopo la festa del sabato, Gesù vivo venne in mezzo ai suoi apostoli, li salutò dando la pace, mostrò loro che era proprio colui che era stato crocifisso: e una gioia impensabile e incontenibile li riempì. Poi soffiò su di loro, ripetendo il gesto di Dio quando creò l’uomo: li creò una seconda volta, e diede loro la missione di testimoniare la misericordia del Padre che perdona i peccati, rialza chi è caduto, dà vita a chi è morto. L’evangelista Giovanni ci racconta anche la storia di Tommaso: ci riconosciamo un po’ tutti in questo uomo sincero, che vuole vedere per credere. Non era presente quando venne Gesù. Otto giorni dopo Gesù venne di nuovo, e diede attenzione soprattutto a Tommaso: egli vide e credette. Gesù non lo rimproverò, ma gli disse parole che riguardano noi oggi: “perché hai visto, hai creduto. Beati quelli che, senza vedere, crederanno”. Noi non vediamo Gesù con i nostri occhi, ma siamo qui perché crediamo in Lui, anche se ciascuno in modo diverso. Ascoltando la storia di Gesù raccontata nel Vangelo, crediamo che in Lui Dio ci ha amati fino alla fine, e così riceviamo la vita di Dio: cioè la vita piena, vita più forte della morte, vita che vive quando si dona. Di questa vita piena abbiamo grande sete, perché sperimentiamo ogni giorno la minaccia della morte, quella del corpo, con la malattia, e quella dello spirito, con le divisioni, la violenza, l’egoismo. Questa vita la desideriamo con tutto noi stessi, ma non la possiamo conquistare con la forza: possiamo solo riceverla come dono, se crediamo che Gesù è il Figlio di Dio (come ci dice Giovanni nella seconda lettura). Questa fede è una “seconda nascita”, un diventare di nuovo figlio, che si sente amato e risponde vivendo il comandamento dell’amore. San Giovanni ci dice che questa fede, che è ricevere una nuova vita, vince il mondo: vince la paura che la vita finisca nel nulla, vince la paura che la violenza e il sopruso di pochi su molti abbia la meglio. Chi vince questa paura vive una vita nuova, libera. Come i cristiani della prima comunità di Gerusalemme, di cui ci parla la prima lettura di oggi (in un quadro ideale, mai raggiungibile e mai da perdere di vista): erano profondamente uniti nei beni spirituali e nei beni materiali, che usavano per soccorrere chi era nel bisogno; in questo modo mostravano di credere in Gesù risorto e tutti li rispettavano. Questo è il cammino della Pasqua, il dono che Dio in Gesù fa a ciascuno di noi: possiamo davvero seguire lo stesso cammino di Gesù, che ha rivelato la misericordia di Dio per l’uomo, e in questo cammino possiamo trovare ciò che più desideriamo. Questa è la “vocazione cristiana”: siamo chiamati a nascere una seconda volta, non abbandonando questo corpo con cui siamo nati la prima volta, ma abbondando il modo di vivere dell’uomo vecchio e imitando il modo di vivere di Dio, che Gesù ci ha mostrato con la sua vita. Nessuno di noi è capace di compiere del tutto questo passaggio, ma nessun cristiano deve pensare che è una cosa che riguarda gli altri. Infatti questo passaggio non è prima di tutto un nostro sforzo, ma un regalo che Dio ci ha fatto dandoci Gesù. Essere cristiano è accettare il regalo: quando lo apriamo e vediamo come è bello, allora lo apprezziamo e ci viene la voglia di prendere sul serio la proposta che Dio ci fa, mettendoci la nostra parte di impegno perché il dono fatto produca i suoi frutti nella nostra vita. Questo cammino cristiano lo si può percorrere in vari modi; ecco perché l’unica vocazione cristiana si concretizza in “vocazioni” diverse (che in questo anno la Chiesa ci invita a valorizzare e conoscere meglio, con il cammino del Sinodo sulla famiglia e l’anno della Vita Consacrata). Il primo modo è quello di costruire una famiglia, diventando marito e moglie, padre e madre (è la scelta della grande maggioranza delle persone). Noi cristiani condividiamo con i nostri compagni di viaggio le gioie e le difficoltà del nostro tempo, che si riflettono anche sulla vita della famiglia; ma custodiamo e annunciamo la segreta e bella notizia che essere marito e moglie, essere papà e mamma è una grande vocazione, è la vocazione principale dell’uomo e della donna che nel loro incontro di amore fecondo sono la più bella immagine di Dio sulla terra. Un secondo modo di vivere da cristiani è di lasciarsi consacrare al Signore, cioè consegnare a Lui tutta la nostra vita, la nostra forza di amare, il nostro desiderio di fare bello il mondo. Ognuna di queste due vocazioni è possibile viverla se crediamo ai segni che il Vangelo ci dà, anche senza vedere il Signore, se crediamo alla promessa di Dio che ci ri-crea sempre con la sua misericordia. E ognuna di queste due vocazioni, a modo suo, diventa segno vivo per gli altri, che Dio anche oggi ci ama, desidera il bene per tutti i suoi figli e invita chi ha più possibilità ad aiutare chi è nel bisogno. Ora Fabio prometterà a Dio, davanti a questa comunità, di vivere per sempre la sua vita secondo la vocazione che ha accolto da vari anni, cioè come un religioso della Sacra Famiglia, questa Congregazione religiosa fondata da Santa Paola Elisabetta Cerioli. Non è un gesto eroico il suo: non lo fa perché si sente del tutto capace o migliori di altri. Risponde così perché si è sentito avvolto dalla misericordia di Dio, si è riconosciuto chiamato da Lui. Tra le tanti voci del suo cuore, ha sentito più forte quella di Dio che lo vuole riservare per sé. Per questo promette di vivere per tutta la vita in povertà (cioè condividendo ciò che ha, per aiutare chi ha bisogno), in castità (cioè donando il suo amore a coloro che Dio vuole far sentire amati), e in obbedienza (cioè disponibile ad essere inviato dove la Chiesa/Congregazione vuole far giungere il segno del Vangelo). Fabio sa che quando Dio sceglie e riserva qualcuno per sé, non lo annulla e non lo nasconde; anzi, lo rende ancora di più se stesso e lo dona agli altri. Per questo Fabio promette di vivere in fraternità, nella vita comunitaria con i suoi nuovi fratelli, e di dedicarsi alla missione di evangelizzare mediante l’educazione dei bambini e dei ragazzi. Questa missione, che Fabio oggi svolge nel centro educativo di Martinengo e che in futuro potrà svolgere anche in altri luoghi, consiste nel condurre i bambini e ragazzi ad accogliere lo stesso dono che Fabio ha accolto nella sua vita: nascere una seconda volta, accogliere il dono di essere figli di Dio e come tali crescere, non preoccupandosi solo di avere, di ricevere, di essere serviti, ma scoprendo la bellezza di donare e donarsi. Per S. Paola Elisabetta la missione di educare è questo: dare una seconda creazione, aiutare ad aprire gli occhi su ciò che davvero conta e riempie il cuore dell’uomo, cioè il dono di essere figli di Dio e il compito di vivere come veri fratelli, come papà e mamme capaci di dare la vita ai propri figli, tutta la vita. Ringraziamo Fabio, che per noi oggi è un segno di Dio per aiutarci a credere; e preghiamo per lui, perché si mantenga così umile da chiedere ogni giorno la grazia del Signore e così forte da fare sempre la sua parte in quella “storia di amore” che iniziato a scrivere con Dio e con la Congregazione della Sacra Famiglia nella Chiesa.