Il Figlio donato perchè amato

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 1 marzo, seconda di quaresima: Genesi 22,1-18; salmo 115; Romani 8,31-34; Marco 9,2-10

Nel cammino della Quaresima, seguendo Gesù, passiamo dal deserto di Giuda ad un monte alto della Galilea (che oggi identifichiamo con il Tabor), dove Gesù ho portato tre suoi discepoli per una esperienza di preghiera. L’evangelista Marco cerca di descrivere quell’esperienza come può, ricorrendo a simboli, immagini e personaggi della storia dell’Alleanza di Dio con il popolo di Israele. L’episodio del monte è in realtà unico nella storia raccontata dai vangeli.

Normalmente Gesù è presentato come uomo; insegna, anche se con un’autorità che apparediversa; quando fa segni di guarigione o liberazione, usa parole e gesti molto umani, come il parlare, il toccare, il rialzare, e raccomanda ai guariti di non fare pubblicità. Oggi invece, è lui stesso che porta Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte, dove possono percepire non il suo essere uguale a tutti gli uomini ma il suo essere Dio uguale a Dio. Tutto ci aiuta a comprendere che siamo davanti a una rivelazione divina: il monte alto, luogo dell’incontro con Dio; la forma diversa con cui Gesù appare ai discepoli, le vesti bianchissime, la conversazione con Elia e Mosè, due profeti che hanno parlato a lungo con Dio; poi la nube, che durante l’esodo era il segno della presenza di Dio accanto a Mosè, sul monte o nella “tenda dell’incontro”. E infine la “voce dalla nube (chiaramente, la voce di Dio), che conclude e spiega tutto quanto sta avvenendo, e che i discepoli non hanno mai dimenticato: “quest’uomo è il mio Figlio, amato; ascoltatelo”. Poi tutto finisce e il gruppo torna a valle, mentre Gesù raccomanda di non parlare di quello che è successo, fino a dopo la sua resurrezione.

Le parole di Gesù stabiliscono uno stretto legame tra l’esperienza del monte e la risurrezione: per questo la liturgia ci fa leggere questa pagina all’inizio della Quaresima. Ma per comprenderne il significato non possiamo dimenticare che questa esperienza accade subito dopo che Gesù aveva incominciato il viaggio verso Gerusalemme e aveva rivelato ai suoi discepoli che là sarebbe stato attestato, ucciso e poi sarebbe risorto. È questo Messia sofferente che Dio dal cielo chiama suo “Figlio amato”, ordinando ai discepoli di ascoltarlo. Il cammino che Gesù ha intrapreso verso Gerusalemme e il destino che là lo attende, corrisponde alla volontà del Padre. Dio Padre indica al Figlio la strada del dono totale di sé, perché lo ama e attraverso di Lui vuole far giungere il suo amore all’umanità; il Figlio accetta questa missione perché si sente amato dal Padre, e obbedisce.

Il modo con cui Dio chiama Gesù dalla nube (Figlio amato) ci collega alla storia di Abramo, in uno dei suoi momenti più difficili: quando Dio gli chiede di sacrificargli suo figlio Isacco (ne leggiamo degli stralci nella prima lettura). Dopo tanta attesa, si era finalmente realizzata la promessa fatta da Dio ad Abramo di avere un figlio; Egli sa quanto Abramo lo ama, sa cosa significa per lui quel figlio, e lo fa passare in questa terribile prova: “prendi il tuo figlio unico, che ami, e vai a sacrificarlo”. All’ultimo momento un angelo ferma la mano di Abramo, ed egli offre in sacrificio un ariete al posto del figlio. Nel suo cuore aveva già totalmente rinunciato al figlio, dando prova che per lui ciò che più di tutto contava era obbedire a Dio. Sul monte Tabor Dio chiama Gesù suo “Figlio amato”, e lascerà che a Gerusalemme le autorità religiose e politiche lo uccidano, non fermerà loro la mano; non perché abbandona il Figlio, ma perché lo ama; e in Lui ama ciascuno di noi.

Possiamo così percepire l’esperienza interiore di questo amore, che Paolo traduce in parole nel passaggio della lettera ai Romani che la liturgia ci propone nella seconda lettura: se Dio ci ha manifestato di volerci bene fino al punto di sacrificare suo Figlio amato, chi potrà farci del male? Chi è più forte di Dio al punto da cambiare o interferire nel suo disegno di amore verso di noi? Nessuno e niente. E per percepire il valore e la forza di questo amore non c’è altra strada che quella di Gesù, cioè essere disposti a dare la vita per le persone che amiamo.