Il miracolo della vita

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 28 giugno: Sapienza 1,13-24; salmo 30; 2 Corinzi 6,7-15; Marco 5,21-43.

Con le parabole Gesù ci ha parlato del Regno di Dio come di una vita che cresce con la sua propria forza, cominciando da piccoli e quasi impercettibili semi. Calmando la tempesta sul lago con una parola potente, ha mostrato che il Regno è più forte dei pericoli che provocano la morte. Oggi, con due gesti che noi chiamiamo “miracoli”, mostra che il Regno è per il bene delle persone, in particolare di quelle che sentono venire meno la vita e la desiderano con tutte le loro forze.

L’evangelista Marco intreccia tra loro due storie di profonda umanità: quella di un papà che chiede aiuto per la figlia che rischia di morire proprio nell’età in cui diventerebbe capace di dare vita (dodici anni), e quella di una donna segnata nel corpo e nello spirito da una malattia che la rende incapace di generare (perdite di sangue). Le guarigioni di Gesù esprimono il suo potere sul male fisico, ma il modo con cui Marco ce le racconta non mette l’accento sul potere straordinario di Gesù, ma sulla sofferenza di quel papà che sta perdendo la figlia e di quella donna che non riesce ad essere madre, e sulla grande sensibilità umana con cui Egli risponde alle loro richieste. È questo che sta al centro del Vangelo.

I due miracoli di guarigione che Gesù compie non sono presentati come la dimostrazione del suo potere, che dimostra la sua divinità e ci “obbliga” a credere in Lui, ma come espressione della sua compassione umana davanti al dolore e come il frutto della fede di quell’uomo e quella donna. Gesù è capace di sentire la loro sofferenza, e vedendo la loro fede, li soccorre: guarisce la donna malata che tocca il suo mantello di nascosto e risuscita la ragazzina che era morta prima che Egli arrivasse. Per questo al centro di queste storie non ci sono i due miracoli (che sono descritti con poche parole), ma il cammino di fede di Giairo e di quella donna malata e senza nome: è questa fede che permette a Gesù di guarire la donna e risuscitare la ragazza. Se non leggiamo il miracolo dentro questo contesto corriamo il rischio di non capire cosa esso è; e anche noi potremmo, come succede spesso, chiedere a Dio miracoli senza interrogarci sul nostro cammino di fede.

Accompagniamo il passi del cammino di fede della donna. Crede dentro di sé che toccando il mantello di Gesù (senza farsi conoscere né scorgere) può guarire; compie il gesto che ha pensato di fare. A questo punto Gesù scombussola il suo piano, perché vuole sapere chi l’ha toccato. Lei, con molta paura ma anche consapevole di quanto le è accaduto, va allo scoperto, vince la vergogna e racconta a Gesù tutta la sua verità. Gesù accoglie quella donna, si relaziona faccia a faccia con lei, la introduce di nuovo nella società, e riconosce che ciò che l’ha guarita non è stato solo il potere di Gesù ma la sua fede in Lui.

La donna non poteva generare, mentre la bambina, invece di dare vita, ha attraversato la soglia della morte. Ciò che rende piena la vita di ogni uomo e donna è l’esperienza di trasmettere la vita, di essere generativi. Ciò è rappresentato nel modo più concreto dall’esperienza di mettere al mondo un figlio. Ma la capacità di generare non si limita ad alcuni momenti o aspetti della vita: li abbraccia tutti. La tristezza più grande nella nostra vita non viene dai nostri limiti o errori, ma dal non essere capaci di generare vita nei luoghi dove ci troviamo. Generare significa uscire da sé, dimenticarsi perché un altro esista. Viviamo in un clima dove il nostro io è diventato un assoluto, e ci illudiamo di realizzarci ricevendo invece di donare. Il miracolo che anche noi possiamo chiedere a Gesù (e che Egli può fare) è di recuperare la nostra capacità di dare vita donando la nostra vita a chi ci sta accanto.