Il miracolo dell’aprirsi

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 6 settembre: Isaia 35,4-7; Salmo 145; Giacomo 2,1-5; Marco 7,31-37

La domenica andiamo a Messa portando nel nostro corpo le esperienze vissute durante la settimana, con la mente che si pone le sue domande e il cuore che non può scacciare il desiderio di una vita più serena, più piena. L’impatto con la Parola di Dio che ascoltiamo non è immediato né facile. Ma se ci diamo qualche minuto di tempo e ascoltare con la mente e il cuore, scopriamo che quella Parola oltrepassa la distanza del tempo e dello spazio e la possiamo sentire come nostra, come una voce che ci interpella.

Oggi Gesù si aggira in territorio pagano e qualcuno gli conduce un uomo “impedito nel parlare” con la speranza che possa guarirlo. Gesù non si fa pregare, porta quell’uomo in disparte, gli tocca orecchie e lingua e lo guarisce. Poi, riportandolo agli altri, raccomanda che non divulghino la notizia, ma invano, perché la reazione della gente è entusiasta (ha fatto bene ogni cosa!), e ci ricorda la reazione di Dio quando ha contemplato la creazione (vide che era cosa buona).

Questo collegamento ci mette sulla strada dell’interpretazione del gesto di Gesù. Esso infatti non è stato solo un gesto di compassione per quell’uomo, ma è anche e soprattutto un segno di quello che Gesù vuole e può fare per ogni uomo (anche i non giudei, come appunto era quel sordo muto).Gesù lo guarisce dalla sordità e dalla difficoltà di parlare toccandolo con la saliva: è come dire che soffia su di lui il respiro di Dio, quello che nella creazione ha dato vita all’uomo fatto di terra. Gesù si fa conoscere come Messia compiendo i gesti che il profeta Isaia ricorda nella prima lettura: cioè con segni di guarigione da ciò che impedisce alle persone di essere pienamente se stesse. Dio invia il suo Messia per rinnovare la Creazione, per ridare bellezza a ciò che l’aveva perduta.

Il tipo di miracolo presentato in questa pagina, cioè la guarigione della capacità di ascoltare e parlare, è anch’esso simbolico, dice di più di quello che manifesta. Noi possiamo applicarlo anche alla nostra difficoltà di ascoltare veramente gli altri e di dire quello che profondamente sta dentro di noi. Ascoltare e parlare in modo inadeguato significa non vivere relazioni pienamente vere: Gesù viene per renderci capaci di questo grande passo, che ci ricrea come donne e uomini nuovi, capaci di incontrare e accogliere tutti in modo autentico (un esempio di relazioni non vere ci viene da S. Giacomo nella seconda lettura, che parla delle preferenze che qualcuno faceva nella comunità cristiana in base alla condizione sociale dei membri).

Gesù dopo il miracolo chiede il silenzio, e lo fa anche altre volte, soprattutto nel Vangelo di Marco. Non perché si pente di quello che fa, ma perché non vuole essere riconosciuto soprattutto per quello che fa i miracoli; vuole che comprendiamo i miracoli come dei segni che parlano di Lui e di quello che Dio fa per l’umanità tutta, cioè della nuova creazione, della nuova alleanza. Gesù realizzerà questa missione lasciando da parte i miracoli (quando era in croce qualcuno chiedeva i miracoli: scendi ora dalla croce e ti crederemo). Essi servono per aiutare ad avere fede in quell’uomo che – come ultimo e più grande miracolo – dona tutto se stesso per amore. Anche il miracolo del sordomuto porta là: sappiamo ascoltare e parlare pienamente, cioè avere relazioni autentiche con gli altri, quando – nelle situazioni concrete della vita – sappiamo donarci agli altri, sappiamo amare con i fatti e non con le parole, sappiamo non fare preferenze, anzi sappiamo privilegiare gli ultimi, chi ha bisogno di noi.