Il pane e la vita

Riflessione sulla Parola di Dio di domenica 7 giugno, solennità del Corpo e Sangue del Signore: Esodo 24,3-8; salmo 115; Ebrei 9,11-15; Marco 14,12-16.22-26

Dopo quella dedicata alla Santissima Trinità, ecco la seconda domenica “a tema”, cioè che ci propone la riflessione su una dimensione particolare del mistero cristiano: il Corpo e Sangue del Signore, cioè il mistero dell’Eucaristia. Dopo averci fatto seguire Gesù nel suo itinerario da Nazaret a Cafarnao, dalla Galilea alla Giudea, da Gerusalemme fino al Padre celeste, la liturgia ci invita a riavvolgere il percorso, e ci invita a sostare davanti all’ultimo momento della storia di Gesù con i discepoli, quando appena prima di essere arrestato li ha riuniti per una cena in un clima di pasqua (ebraica) e, facendo i gesti previsti per il capo famiglia di spezzare il pane e distribuire il calice, ha pronunciato su di essi delle parole inedite, inaspettate e incomprensibili per i discepoli: questo è il mio corpo, dato per voi; questo è il mio sangue, versato per voi; fate questo in memoria di me.

Gesù sa che ormai non ha più tempo per stare con i discepoli, sa che loro non stanno capendo quello che accade e che accadrà nei giorni successivi, ma vuole dire loro ciò che sta vivendo, desidera che quella notte rimanga nei loro cuori per sempre, come sintesi di tutto quello che fino a quel giorno ha fatto e detto in loro presenza, come spiegazione misteriosa di quello che da lì a poco sarebbe successo a Gesù.

Per questo Gesù sceglie il pane e il vino della cena. Sceglie le cose della vita quotidiana, sceglie dei cibi, sceglie di parlare di tutta la sua vita e della sua morte attraverso i gesti di spezzare e distribuire il pane, e di dare il vino da bere. Sono i gesti che ha visto fare fin da piccolo e per lunghi anni a Nazaret, guardando sua mamma Maria e suo papà Giuseppe. Sono i gesti che ha fatto, insieme ai suoi discepoli, in ogni giorno della sua vita pubblica. Sono i gesti che amava fare soprattutto nelle case dei peccatori, quando lo invitavano (come Levi, che diventa suo discepolo), o quando lui stesso decideva di entrarci (come Zaccheo).

La forza dell’Eucarestia non viene solo dal fatto che esprime senza parole tutto il senso della vita di Gesù, ma anche da fatto che quel gesto riassume e esprime la vita di ogni uomo e di ogni donna. La vita di ogni famiglia (come quella di Cana…), il lavoro del papà e della mamma, che si preoccupano di dare ai figli il cibo e con esso la vita come una promessa buona. La gioia di vivere, che si esprime nel modo più bello quando ci si trova attorno a un tavolo per condividere il cibo, cioè la vita. Il lavoro della società, che organizza la produzione e il mercato perché a tutti possa arrivare il pane che serve per vivere. Il lavoro dell’educazione, che insegna che la vita condividere il cibo per condividere la gioia di vivere; il lavoro della salute, che sa non riuscire più ad alimentarsi è il primo segno che la vita se ne va.

Gesù ha scelto di lasciare presente per sempre in mezzo a noi la sua vita e la sua morte con il segno del pane e del vino, perché essi rappresentano la vita e la gioia: e Egli è venuto ad indicarci un cammino di vita e gioia piena. Perché tutti gli uomini e donne del mondo, in qualsiasi parte della terra siano, qualsiasi lingua parlino, qualsiasi dio adorino, desiderano il cibo perché hanno un forte desiderio di vivere. E, infine, perché Gesù ci vuole insegnare che l’unico modo per vivere in pienezza e trovare gioia è condividere ciò che ognuno ha perché tutti abbiano possibilità di vivere. L’Eucaristia non è solo il pane, ma il pane “spezzato”; non è solo il vino, ma il vino versato: cioè la vita che Gesù ha donato, ha offerto in sacrificio. Essa ci insegna che sarà possibile avere vita e gioia piena quando non ci saranno persone che buttano il cibo e altre che muoiono perché non ne hanno: cioè quando non ci saranno persone che pensano solo a se stesse, senza accorgersi che il mondo è di tutti, e che la gioia è vera quando è condivisa.