Il Pastore e la nostra vocazione

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 26 aprile, quarta di Pasqua e giornata di preghiera per le vocazioni: Atti 4,8-12; salmo 117; 1 Giovanni 3,1-2; Giovanni 10,11-18

Dopo aver meditato gli incontri di Gesù risorto con i suoi discepoli, ritorniamo ora ad ascoltare le parole che Gesù diceva prima della sua morte e risurrezione: non è la stessa cosa ascoltarle a partire dalla conclusione, dalla risurrezione, dalla vita che è ricominciata e dalla missione il Risorto ci affida. Gesù aveva raccontato alcune parabole con l’immagine del pastore; al suo tempo (e in tutta l’antichità) la pastorizia era un lavoro molto comune, un mezzo per guadagnarsi la vita. Un giorno disse direttamente: “io sono il pastore buono”.

Nell’alleanza di Dio con il suo popolo, Dio aveva scelto dei pastori (a partire da Abramo); aveva prediletto come re per il suo popolo un pastore (Davide), per poi rivelare mediante i profeti che Egli stesso è colui che guida il suo popolo come un pastore. Gesù si presenta nel vangelo come il pastore, perché mostra come, attraverso i suoi gesti e le sue parole, Dio si prende cura delle persone che ama.

Gesù è pastore vero perché “dà la vita” per le sue pecore: questa espressione ricorre cinque volte nella breve pagina del vangelo di oggi, e le altre parole servono per mettere in risalto questo aspetto. Cosa significa pastore vero è più chiaro se si pensa al contrario, cioè a chi “fa il pastore” per mestiere, per soldi: in caso di pericolo non mette in gioco la sua vita, ma fugge; si importa di se stesso, non delle pecore. Il pastore vero, al contrario, conosce le sue pecore, ed esse lo conoscono. Qui Gesù va oltre l’immagine: si tratta di una conoscenza (che per la Bibbia vuol dire amore) possibile tra persone, non con animali; addirittura, si tratta della stessa relazione che esiste tra Gesù e il Padre, relazione di intima conoscenza e amore.

Il pastore vero non fa preferenze tra le sue pecore: Gesù dice che la sua missione riguarda anche “altre pecore”, destinate a far parte di un unico gregge. Mentre parla ai giudei, pensa a tutti i popoli, ai quali ha inviato i discepoli come testimoni della sua morte e risurrezione, cioè del dono della sua vita per amore. Infine, il pastore vero dà la vita non perché è obbligato, non perché non ha altra scelta, ma con libertà, perché lo vuole. Si sente amato da Dio Padre, e per questo accoglie il desiderio di Dio di donarlo a tutti i suoi altri figli. Gesù ha anche il potere di ricevere di nuovo la sua vita, come è successo con la risurrezione, e dona questo potere a quanti lo seguono nella libertà di donare la loro vita per amore.

Ascoltando queste parole di Gesù comprendiamo che le “pecore” che Egli ama siamo noi, cioè coloro che hanno ricevuto il dono della sua vita, i frutti del suo amore. E al tempo stesso, essere discepoli di Gesù ci porta a fare nostri i suoi sentimenti e la sua forza di pastore vero, diventando capaci a nostra volta di dare la vita per gli altri. Questa non è soltanto una bella frase, ma è la verità profonda della nostra vita. Lo vediamo in primo luogo in chi accoglie la vocazione di essere marito e moglie, uomini e donne capaci di dare la vita ai loro figli e per i loro figli. Ogni giorno sentono che è un impegno grande, ma sentono anche che liberamente lo hanno accolto da Dio e lo vogliono compiere. La prima e più grande forma di imitare Gesù pastore vero (e quindi vera “vocazione”) è di essere papà e mamme attenti ai figli, capaci di rinunciare a se stessi per il bene dei figli (=dare la vita).

Da questa vocazione originaria ne nascono altre, altri modi di imitare Gesù pastore vero: uno è quello di dedicare la propria vita a far conoscere il Vangelo di Gesù, a far arrivare a tutti la “buona notizia” che quando un papà e una mamma si dedicano ad educare i loro figli, stanno collaborando con Dio nell’opera meravigliosa di creare il mondo, di farlo più bello. Sì, è necessario che qualcuno lo ricordi, perché è facile dimenticarlo, è facile lasciarsi prendere dalla tentazione di riprendersi la vita che si è deciso di donare ai figli. Sapere che questa è la missione della nostra vita, che Dio ci ha dato, può aiutare a stare sempre in cammino. Ed è necessario anche che qualcuno, in nome di Dio, si prenda cura anche di chi, dopo aver ricevuto la vita fisica, non ha ricevuto la vita di amore necessaria per dare senso alla vita fisica. Anche questo è possibile solo se mettiamo al centro Dio, se doniamo la vita a Lui, rinunciando alla tentazione di prendercela. In questa strada si comprende la vocazione di chi si consacra a Dio dedicandosi agli altri, come fanno i religiosi e le religiose della Sacra Famiglia, seguendo l’esempio di Santa Paola Elisabetta Cerioli.