Il Regno di Dio è qui

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 14 giugno: Ezechiele 17,22-24; salmo 91; seconda lettera ai Corinzi 5,6-10; Marco 4,26-34

Quando i primi discepoli di Gesù hanno cominciato a ricucire i ricordi di quello che avevano visto e udito dal maestro, resi più chiari dalla luce della Pasqua, è nato piano piano il Vangelo. Noi discepoli di oggi, ci riuniamo nel giorno del Signore per ascoltare e ripetere quello che Gesù ha detto e fatto: crediamo che le sue parole e il gesto del pane spezzato ci permette di scoprire dove stiamo andando e come possiamo camminare.

Oggi ci avviciniamo a Gesù mentre racconta alcune parabole per parlare del “Regno”: con questa espressione biblica intende il modo di Dio di entrare nella storia umana, il suo desiderio di fare alleanza con gli uomini.

Succede con il Regno come quando un contadino semina… come un seme di senape… Ogni volta rimango sorpreso nel vedere come Gesù, per parlare di Dio e del suo Regno, non ricorre a immagini e gesti della religione, ma usa immagini della vita quotidiana. Queste due sono tolte dalla natura e dal lavoro dell’uomo per procurarsi il cibo. Dio e il suo Regno sono molto più vicini alla vita di ogni uomo, di quanto possiamo immaginare. Questo Gesù lo vede con chiarezza, e lo ri-vela (cioè lo fa vedere, togliendo il velo) ai suoi discepoli.

Cosa dice del Regno la prima parabola? Che è presente nel mondo e ha in se stesso la capacità di crescere; che non dipende principalmente dallo sforzo di chi lo aspetta, che produce quello che deve produrre, come il seme produce la spiga con molti semi; e il suo frutto serve per la vita degli uomini, come il grano serve per il pane.

Nella nostra famiglia, nel nostro ambiente di lavoro, nel nostro paese, lì c’è il Regno di Dio, è nascosto ma c’è, è ciò che dà senso a quello che esiste (c’è un disegno, una chiamata che ci precede). Questa presenza sostiene e dà forza ad ogni piccolo e vero sforzo di umanizzare il mondo, di riconoscere a tutte le persone del mondo la stessa dignità e gli stessi diritti; questa presenza giudica ogni gesto di violenza e di ingiustizia.

Gesù non vuole certo dire che Dio non ha bisogno di noi uomini per realizzare il suo sogno sulla terra; per questo infatti Gesù ha affidato la missione ai suoi discepoli. Ma ci ricorda che la sua alleanza di amore con l’umanità va avanti, anche se qualcuno non se ne importa, anche se qualcuno tenta di ostacolarla, e forse proprio quando più trova ostacoli. Che lezione per la nostra preoccupazione religiosa di difendere Dio da chi lo attacca, o lo dimentica!

Cosa dice del Regno la seconda parabola? Che alla fine ci meraviglieremo di vedere come semi che oggi sono quasi invisibili sono capaci di trasformare il mondo. Dice che il Regno non viene attraverso grandi imprese, non impressiona nessuno, in modo che si possa dire: ma allora è vero!

Nei piccoli e quotidiani gesti di umanità, di solidarietà e di giustizia che tutti sappiamo e possiamo fare, lì c’è il Regno di Dio, lì ci ha preceduto e ci indica la strada da percorrere. Sono gesti che molti neppure vedono, che non sopportano la fama delle televisioni, ma che sono capaci di dare vita vera, di far sentire le persone accolte e amate. Il Regno viene così.

Gesù non dice che chi opera il bene deve nascondersi o svalorizzarsi; ma ci ricorda che il successo e la gloria non sono criteri per scoprire dove è Dio. Che lezione per la nostra preoccupazione religiosa di contarci, di essere ben visibili, di occupare un posto tra quelli che contano!

Gesù è venuto per ricordare questa verità profonda e segreta; e anche oggi apre i nostri occhi su qualcosa che forse dimentichiamo, ma che tutti possiamo vedere: il Regno di Dio è arrivato prima di noi nel mondo, ci accoglie, è la segreta forza d’amore che sostiene tutto ciò che esiste, sostiene ogni persona e la sua fragile e grandiosa capacità di amare. È grazie a questo Regno che noi esistiamo, è questo Regno che ci attira verso il bene, che ci rende inquieti e in ricerca. Questo Regno è più forte delle minacce dei violenti che uccidono, perché hanno paura e non sanno fare altro che mettere paura. Ci vuole molto più coraggio e forza ad amare che a odiare.

La Chiesa, la comunità dei discepoli, esiste per tenere viva questa rivelazione, con l’esempio di persone che hanno il coraggio di amare, non per un periodo, non solo qualcuno. Essa pure è in cammino per riconoscere e servire il Regno: non ne è padrona, ma serva.

I cristiani che fanno proprio lo sguardo di Gesù sul Regno e sul mondo sono i santi. Santa Paola Elisabetta è una di questi. Lei sapeva che il seme cresce per sua propria forza. Nelle memorie delle sue suore leggiamo che quando qualcuno le chiedeva cosa stava facendo dando vita all’Istituto, diceva che non ne sapeva nulla, che era opera di S. Giuseppe. Lei ci insegna a non farci padroni di ciò che Dio fa.

Ella insisteva molto sulla virtù dell’umiltà: diceva che è il fondamento su cui è costruito tutto Istituto. Non perché avesse paura del mondo o della grandezza (infatti era convinta se, con la risposta delle religiose e dei religiosi, l’Istituto sarebbe cresciuto tanto, fino a spargersi in altri giardini per il mondo, a gloria di Dio e vantaggio dell’uomo); ma perché vedeva le cose come Gesù, e sapeva che Dio trasforma il mondo con chi è piccolo e si affida a Lui.