La decisione di accogliere il dono

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 23 agosto: Giosuè 24,1-18; salmo 33; Efesini 5,21-32; Giovanni 6,60-69

Abbiamo passato l’estate (per chi sta assumendo l’abitudine di leggere insieme la vita e la Parola di Dio) in compagnia di Gesù che con pochi pani ha sfamato una grande folla e poi, nella sinagoga di Cafarnao, si è presentato come il “pane della vita”, che discende dal cielo e che è necessario mangiare per avere la vita piena.

Il vangelo di oggi ci racconta le prime reazioni degli ascoltatori, compresi gli apostoli; e ci mostra come Gesù risponde a queste reazioni, invitando chi lo segue a rinnovare la decisione di stare con Lui. Siamo ad un punto di svolta del vangelo, segnato dalla necessità di prendere posizione di fronte a Gesù (anche la prima lettura ci presenta un “punto di svolta”: dopo l’entrata del popolo di Israele nella Terra promessa, è necessario rinnovare l’alleanza, decidere di nuovo e liberamente di seguire il Signore e non gli altri dei).

La nostra vita ci fa attraversare momenti simili: quando si conclude una esperienza e arriva il momento di tirare le somme, per decidere cosa fare, da che parte stare. Per molti questi giorni segnano l’inizio di un nuovo anno, con la ripresa di molte attività che durante l’estate erano cambiate. Il dialogo dei discepoli con Gesù può dirci qualcosa, all’inizio di questo nuovo tempo della nostra vita, e anche di un nuovo anno di cammino di fede insieme ai fratelli della comunità parrocchiale o religiosa.

Dopo aver ascoltato Gesù parlare del pane della vita, i discepoli commentavano: “è un discorso duro da capire”. Forse anche noi nelle domeniche di questa estate siamo usciti di chiesa domandandoci: “cosa significa che Gesù è il pane della vita? Cosa significa che bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue per avere la vita?” Gesù risponde alle mormorazioni dei discepoli e alle nostre: ci ricorda che non dobbiamo comprendere le sue parole “secondo la carne”, cioè secondo un modo di pensare materiale. Questo modo, dice Gesù, non serve. Siccome le sue parole vengono dallo Spirito di Dio e riguardano la vita di Dio, possono essere comprese solo da chi si apre con la fede all’azione dello Spirito; può comprendere Gesù solo chi si lascia condurre da Dio Padre. Credere significa aprirsi, lasciarsi condurre con fiducia da Dio Padre e dal suo Spirito: occorre la nostra decisione e occorre l’opera di Dio che ci attira, ci avvicina a Gesù.

Dio concede a tutti la capacità di avvicinarsi a Gesù, ma aspetta che ciascuno decida liberamente se accogliere o no il suo dono. Nel Vangelo di oggi leggiamo che in quel giorno molti discepoli decisero di seguire un’altra strada, abbandonarono Gesù. Egli non si spaventò; anzi domanda anche ai più vicini, i dodici, se vogliono andarsene anche loro. Pietro, anche a nome degli altri, pronuncia la bella professione di fede: “Signore, da chi andremo? Noi crediamo che la tua Parola dà vita, perché sei l’inviato di Dio”.

Sappiamo che nel momento del pericolo Pietro e gli altri scapperanno, ma questa sua affermazione è detta ora con tutta la sincerità di cui è capace. I dodici, a differenza degli altri che se ne vanno, fanno il passo della fede: dovranno ancora maturare e crescere, ma si rendono disponibili all’azione del Padre e dello Spirito in loro. E dopo la Risurrezione questa azione li renderà capaci di seguire fino in fondo il Maestro. Quegli ultimi eventi sono la prova che il cammino la fede si compie non per le nostre deboli forze, ma per l’azione di Dio in noi; e che senza il nostro desiderio sincero di seguire Gesù, l’azione di Dio non produrrebbe frutti. Serve tutta la nostra umanità per aprirci all’amore gratuito di Dio che ci trasforma, ci rende simili a Gesù, e quindi capaci di “capire” le sue parole, non in forza di ragionamenti umani ma perché sentiamo con il suo stesso cuore.

La seconda lettura applica questo cammino di fede all’esperienza umana universale del matrimonio: la differenza per i cristiani non sta nel modo di sposarsi, ma nel fatto che essi, anche nel matrimonio, seguono e imitano il modello Gesù, che ha dato se stesso per i suoi amici, ha dato la sua carne da mangiare. Questo è il “grande mistero” di Cristo e della sua Chiesa, che Paolo applica ai cristiani che vivono il matrimonio: anche in questo caso la “carne” (cioè le forze umane) non basta; è necessario aprirsi all’azione di Dio che attira gli sposi a Cristo e permette loro di imitarlo fino in fondo, fino al dono della vita.