La misericordia da fare

Meditazione sul vangelo di domenica 10 luglio 2016: Luca 10,25-37

Ai primi passi del viaggio di Gesù verso Gerusalemme leggiamo nel vangelo di Luca un dialogo tra un “dottore della legge” (chi studiava la Bibbia per comprendere e insegnare nella pratica la volontà di Dio per il suo popolo) e Gesù. Alla sua domanda (cosa fare per avere la vita?) Gesù lo rimanda a quello che egli stesso deve sapere, e il teologo risponde bene! La conclusione di Gesù (fa’ questo e vivrai) non lascia soddisfatto lo scriba, che chiede chi è il prossimo che deve amare (tutti o solo i membri del popolo di Israele?). Gesù risponde con la conosciuta storia del samaritano, che si riassume in queste scene. Un uomo è assalito e picchiato; quell’uomo è visto da due rappresentanti importanti dei giudei (un sacerdote e un levita) ma essi se ne stanno alla larga. Infine lo vede uno “straniero” (un samaritano), che ne sente compassione e lo soccorre con una carità sovrabbondante. Gesù chiede al maestro della leggere di scoprire la morale della storia: il prossimo non è quello che ha bisogno di aiuto, ma colui che ha avuto compassione di lui e lo ha soccorso nelle sue necessità. Ed ecco la seconda conclusione: va’ e anche tu fa’ lo stesso.

Per Gesù prossimo non è l’altro che ha bisogno di amore, ma è chi aiuta quacluno che è nel bisogno. Lo spazio dell’amore del prossimo non si definisce a partire da fuori, dal bisogno, ma a partire dal cuore, dalla compassione verso chi soffre. Chiedersi chi è il prossimo è un falso problema; la vera questione è essere capaci di diventare prossimi per chi – vicino a me – si trova nel bisogno e non ce la fa da solo, al di là delle barriere religiose, culturali o sociali. Ecco il modo per avere la vita, dice Gesù. Gesù invita ad assumere il comandamento di Dio in una forma dinamica: non è già tutto scritto e solo da eseguire; occorre scoprire come mettere in pratica il comandamento.

Nella parabola Gesù presenta nel samaritano il modo di amare di Dio: egli sente compassione (lo stesso verbo usato in un’altra famosa parabola di Gesù, quando il padre vede ritornare il figlio che se ne era andato di casa) e gli usa misericordia (la misericordia parte da un sentimento e si trasforma in un fare concreto). Il suo amore va al di là di ogni limite esterno, perché si basa su ciò che sente dentro di sé per chi ha bisogno, non guarda se la persona merita o no il suo amore.

Con quale personaggio della parabola posso identificarmi? Se il samaritano è innanzitutto Dio, io sono quell’uomo incappato nei briganti. Karl Jung cosí scriveva a una donna cristiana: “Io ammiro voi cristiani: quando vedete qualcuno che ha fame e sete, voi vedete Gesù. Quando visitate qualcuno che è in prigione o che è malato voi fate visita a Gesù. Quando accogliete uno straniero o vestite quelli che sono nudi, voi vedete Gesù”. Poi aggiungeva: “Io trovo tutto questo molto bello, ma quello che non capisco è che voi non vedete Gesù nella vostra stessa povertà. Perché Gesù è sempre nel povero al di fuori di voi, mentre lo negate nella povertà che è dentro di voi? Perché passate il vostro tempo a negare le vostre tenebre?” Jean Vanier così commenta queste affermazioni: “La buona novella non è per quelli che servono i poveri. La buona novella è per quelli che sono poveri, che hanno toccato le loro ferite, la loro fragilità , la loro vulnerabilità , che hanno lasciato cadere il loro sistema di difesa, con la certezza che Dio li difende.

Se ci scopriamo soccorsi e curati da Dio, allora abbiamo la forza e il cuore capace di soccorrere gli altri che accanto a noi hanno bisogno di aiuto: in forma di riconoscenza a Dio. Allo sì possiamo, come dice Gesù, fare lo stesso che ha fatto il samaritano.

Infine possiamo anche identificarci con l’albergatore della locanda dove il samaritano porta il ferito: è sempre Dio che per primo si prende cura di chi è nel bisogno, e poi li porta da noi, ci chiede di collaborare con lui; ci dà una ricompensa e ce ne promette un’altra futura.

La vita cristiana è sentirci allo stesso tempo l’uomo ferito, il samaritano e l’albergatore: sentirci guariti da Dio e per questo invitati ad aiutare altri.