La storia di Gesù continua con noi

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 17 maggio, solennità dell’ascensione: Atti degli apostoli 1,1-11; salmo 46; Efesini 4,1-13; Marco 16,15-20.

La liturgia celebra, verso la fine del tempo della Pasqua, la festa chiamata dell’Ascensione di Gesù, seguendo la cronologia indicata da Luca, che fa trascorrere quaranta giorni tra la risurrezione e il momento in cui Gesù si sottrae alla vista dei discepoli e ritorna al Padre. Questa festa fa risplendere ancora una volta il significato e le conseguenze del mistero centrale della nostra fede (e perciò della liturgia), che è la Pasqua del Signore: essa indica la conclusione della missione di Gesù e l’inizio della missione che Egli affida ai suoi discepoli.

Marco, nella conclusione del suo Vangelo, ci presenta l’ultimo incontro di Gesù risorto con gli undici apostoli, in cui affida loro la missione di annunciare il vangelo ad ogni creatura; la risposta a questo annuncio vale la salvezza. Promette alcuni “segni” per coloro che credono: la vittoria sul male (il demonio e i pericoli mortali), la comunione delle lingue e le guarigioni. Dopo queste ultime parole, Marco ci dice che Gesù “fu elevato in cielo sedendosi alla destra di Dio”, e riassume in una frase il compimento del mandato di Gesù: gli apostoli compiono la missione, mentre il Signore Gesù la conferma con i segni che aveva promesso.

Luca, iniziando la seconda parte della sua opera (il libro degli Atti), ci presenta – con altri toni – la stessa situazione, cioè l’ultimo incontro di Gesù con i discepoli, il mandato missionario e il ritorno di Gesù al Padre. La storia di Gesù (che Luca ha raccontato nel suo Vangelo) contiene “ciò che Egli fece dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo”. Prima di ritornare al Padre, Gesù ordina agli apostoli di attendere il dono dello Spirito Santo con cui saranno battezzati. Dopo ciò, essi potranno compiere la missione che Egli affida loro, cioè di essere suoi testimoni, fino ai confini della terra. Anche Luca ci dice che, dopo questo ultime parole, Gesù “fu elevato” e nascosto da una nube (che nella Bibbia è simbolo della presenza invisibile di Dio). Infine due uomini (come al sepolcro) promettono che Gesù tornerà un giorno dal cielo per visitare la terra.

Questi due racconti di passaggio contengono il messaggio della festa di oggi: essa dice che Gesù ha concluso la sua missione sulla terra, e come prova di questo può ritornare al Padre che lo ha inviato; che il frutto maturo della sua missione è il dono dello Spirito, cioè la comunione piena con Dio; che la storia iniziata con l’incarnazione del Figlio di Dio non si chiude con il suo ritorno al Padre, ma continua mediante l’invio, la missione dei discepoli: essi devono annunciare il Vangelo, non a parole, come una notizia esterna alla loro vita, ma diventando testimoni di Gesù, cioè dicendo con la vita che cosa hanno ricevuto da Lui; infine, ci dice che il ritorno di Gesù al Padre prepara una sua seconda e definitiva venuta sulla terra.

Noi oggi siamo i discepoli di Gesù che ricevono il dono dello Spirito e ai quali è Egli affida la missione di essere suoi testimoni. Cosa significa questo? Come avviene?

Paolo, nelle parole che scrive agli Efesini, ci aiuta a comprenderlo: “fratelli, vi esorto a vivere in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Cioè, ci invita a trasformare la nostra vita a partire dal dono che Dio ci ha fatto, il dono di una vita nuova, non più schiava del nostro egoismo o della necessità di essere più importanti degli altri (l’uomo vecchio, quello che in noi non accoglie il dono di Gesù). I segni della vita nuova sono la ricerca dell’unità, della pace, mediante l’umiltà, la dolcezza, la magnanimità. L’unità, la comunione è ciò a cui profondamente aspiriamo, perché veniamo tutti da uno stesso Padre, perché viviamo di uno stesso Spirito. Questa unità non significa uniformità, anzi è fatta di doni diversi, che sono le diverse vocazioni. Paolo fa la lista di alcune vocazioni della Chiesa del suo tempo (apostoli, profeti, pastori…). Noi possiamo fare la stessa cosa, aiutati dal Concilio Vaticano II, che ci ricorda che tutti i discepoli di Gesù compongono il popolo di Dio, e in esso ci sono vocazioni diverse, al servizio della comunione: la vocazione matrimoniale, la vocazione alla vita consacrata, la vocazione ad essere pastori del popolo di Dio. Oggi come allora, tutte le vocazioni sono importanti e servono per “edificare il corpo di Cristo”, per fare crescere ciascuno di noi e l’umanità fino a raggiungere la “pienezza di Cristo”, cioè a diventare capaci di amare come ha amato Gesù, perché così saremo davvero quello che desideriamo nel profondo del cuore. Nessuna è più importante delle altre; a ciascuno di noi spetta il compito di conoscerla bene, di diventare realmente testimoni di Cristo con la nostra vita, cioè di imparare ad amare come Lui. Di questo il mondo ha bisogno, è questo il senso della Chiesa, cioè mostrare quel tipo di amore e aiutarci a viverlo.

E’ questo anche il programma di vita dei religiosi e religiose della Sacra Famiglia: imparare ad amare come ha amato Gesù, dedicandosi all’educazione dei bambini e dei ragazzi-giovani, prediligendo quelli che hanno ricevuto meno dalla loro famiglia di origine ma desiderano vivere un futuro pieno di vita. In questo spirito di rinnovamento di una vocazione bella e attuale viviamo in questi giorni l’anniversario della canonizzazione della nostra Fondatrice, Santa Paola Elisabetta, avvenuta il 16 maggio 2004. E ci uniamo alla gioia dei confratelli della Regione brasiliana che celebrano l’ordinazione sacerdotale di padre Luis, avvenuta sabato 16 maggio a Peabiru (Brasile).