Lezioni di cibo, lezioni di vita

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 26 luglio: 2 Re 4,42-44; Salmo 144; Efesini 4,1-6; Giovanni 6,1-15

A partire da oggi per alcune domeniche ci accompagnerà la lettura del capitolo sesto di Giovanni, che inizia con il segno di Gesù che distribuisce pochi pani e pesci e soddisfa la fame di una grande folla, e continua con un lungo dialogo di Gesù nella sinagoga di Cafarnao sul tema del pane.

Le pagine della Bibbia sono piene di storie di banchetti, di persone che mangiano: ci fanno capire che per gli uomini mangiare non è solo una necessità per vivere, ma un’azione attraverso cui diventano sempre di più se stessi; e Dio si fa conoscere – in un certo senso – per insegnare all’uomo a mangiare da uomo (dal primo albero, quello di cui l’uomo mangia andando contro il comandamento di Dio, all’ultimo, quello a cui Cristo permetterà di mangiare a chi vince con Lui, seguendolo fino alla fine).

Al centro dell’alleanza di Dio con il suo popolo c’è un pasto, quello consumato da Israele appena prima di uscire dalla schiavitù dell’Egitto; la cena pasquale, che gli ebrei celebrano ogni anno come un memoriale di quella liberazione. Quella che Gesù ha celebrato con gli apostoli la sera prima di morire, e nella quale ha fatto del pane e del vino un memoriale della sua vita donata al Padre. Dio, per dirci come è vicino a noi, ha voluto rendersi presente nel segno del cibo: come il cibo è necessario per la nostra esistenza, così e ancora di più lo è Dio. Gesù è venuto a mostrarci un cammino di vita, a imitazione di quella di Dio, e lo ha fatto non con idee o ragionamenti, ma con gesti concreti e umani: tra essi, quello del mangiare ha un posto privilegiato nel vangelo. Secondo Giovanni, ad un banchetto di nozze Gesù inizia a rivelare la sua gloria, e in un banchetto pasquale inizia e racchiude il compimento del suo amore per loro.

Il racconto del vangelo di oggi possiamo comprenderlo dentro questo quadro. Siamo vicini alla festa giudaica della Pasqua. Vedendo la grande folla che lo seguiva, Gesù mette alla prova i discepoli: “come potremo dare da mangiare a tutti?”. Filippo fa un breve calcolo e si rende conto che c’è una sproporzione immensa tra i soldi della cassa e il numero di quella gente. Andrea vede un ragazzo che ha portato la merenda: ma si rende conto che non serve proprio a niente. È in questo momento che Gesù, prendendo quei pochi pani e pesci, comincia a distribuirli alla gente, e tutti ne ricevono quanti ne vogliono. Alla fine incarica i discepoli di raccogliere i pezzi avanzati, quasi per dimostrare loro che tutti si sono saziati.

Gesù con questo segno rivela ai discepoli (di allora e di oggi) chi è Dio e come agisce con l’umanità: egli viene incontro alla necessità di mangiare, per mostrare la strada su cui l’uomo trova ciò che più lo sazia. Questa strada è quella del dono gratuito, che quando è riconosciuto rende capaci di condividere.

Essere cristiani significa imparare da Gesù questo modo di vedere la vita e di viverla. Riconoscere che quanto siamo e abbiamo è frutto di un dono d’amore gratuito, non è dovuto; condividerlo con chi ne ha bisogno, affinché mentre mangiamo diventiamo più uomini, cioè più fratelli, più liberi. L’esposizione internazionale di Milano dedicata al tema del cibo ci sta ricordando alcuni dati che fanno pensare: ci sono più di 800.000 milioni di persone nel mondo che soffrono gravemente la fame. Ma quello che più colpisce è che si è calcolato che basterebbe un terzo (!) del cibo che ordinariamente si spreca, si butta via, per sfamare questi milioni di persone. Il miracolo del pane è possibile anche oggi: basta voler essere uomini, basta non illudersi che se stiamo bene noi stanno bene tutti.

Papa Francesco ai religiosi e religiose di tutto il mondo ha detto, nella lettera per l’anno dedicato alla Vita Consacrata: Mi attendo che sappiate creare “altri luoghi” dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco. Evangelizzare oggi non significa tanto aspettare che la gente torni in chiesa: significa avere il coraggio di assumere nei luoghi ordinari della nostra vita (la famiglia, il luogo di lavoro, lo svago con gli amici) una logica diversa, quella di Gesù.