Il regalo che da gioia

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 16 novembre: Proverbi 31,10-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25,14-30

Siamo quasi alla fine dell’anno liturgico, cioè il cammino che la Chiesa ci propone per seguire di domenica in domenica la vita di Gesù, raccontandola ogni volta sempre da capo perchè sempre di nuovo possa illuminare e accompagnare la nostra vita sempre in divenire. L’anno liturgico non si chiude con la morte e risurrezione di Gesù (perché questo mistero centrale lo ricordiamo nella parte dell’anno in cui si realizzò in Gerusalemme, cioè in primavera), ma con le ultime parole di Gesù prima della sua passione, quando parla del suo ritorno alla fine dei tempi.Nella storia che Matteo ci ha tramandato Gesù si trova oggi sulla pendice occidentale del monte degli olivi, e racconta una parabola collegata con il suo ritorno finale.

Un personaggio importante parte per un viaggio e affida ai suoi servi beni molto grandi (un talento corrispondeva a 35 chili di oro). Il tempo passa in fretta e il racconto ci porta subito al ritorno del signore, molto tempo dopo. Egli chiama i suoi e chiede conto di quanto aveva loro affidato. I primi due presentano i frutti che hanno raggiunto impiegando con creatività il valore ricevuto: in cambio ricevono autorità su dei territori e sono accolti nella “gioia del loro Signore”. Il tindexerzo servo (sul quale la storia si ferma di più, avvisandoci di fare molta attenzione) restituisce al Signore lo stesso valore che ha ricevuto. La risposta del signore ci fa capire che non approva quel comportamento: finisce per perdere anche quanto aveva ricevuto all’inizio, ma soprattutto non può entrare nella gioia del signore, deve rimanerne fuori.

Qual è il messaggio della parabola? Riascoltiamo le parole del terzo servo: “signore, so che sei un uomo duro… per paura ho sotterrato il talento sotto terra, eccolo”. Per lui il signore è duro e esigente e questo pensiero gli ha messo paura e lo ha bloccato, non gli ha permesso di buttarsi per impiegare il talento ricevuto. Possiamo immaginare il pensiero dei primi due servi: “se il nostro signore ha fiducia di me, farò tutto ciò che posso per corrispondere a questa fiducia”. È la fiducia che ha messo in moto le loro capacità, li ho spinti ad agire, al contrario della paura che ha bloccato il loro compagno. Essi hanno compreso che il signore non ha consegnato loro i talenti come un peso, un debito di cui liberarsi al più presto, ma come segno di fiducia: essi hanno capito il regalo! Si sono sentiti valorizzati e si sono lanciati nell’avventura di corrispondere al dono ricevuto, donandosi totalmente a loro volta.

La parabola ci insegna che il Regno (cioè il modo di agire di Dio tra di noi) è Dio che ci fa un dono: esso non esige nulla, ma chi lo comprende cerca di corrispondervi con tutte le sue forze. E, sorpresa ancora più grande, questo modo di rispondere permetterà di entrare nella gioia del signore.

Gesù racconta le parabole perché facciano nascere in noi una domanda, per metterci in cammino interiormente. In questa parabola la domanda può essere questa: come penso a Dio? Come un padre che mi ama e ha fiducia in me? O come un padrone esigente pronto a misurare il mio rendimento?

La risposta viene guardando il mio modo di agire. Se vivo con passione, con responsabilità e iniziativa, vuol dire che sento Dio come un Padre che mi ha fatto un dono grande e rispondo a Lui nella fiducia. Se al contrario sono abitato frequentemente dal risentimento e dalla paura, il lamento per quello che non ho e magari anche la pigrizia, può essere che Dio per me è un padrone, qualcuno che aspetto che sbagli per giudicarmi: la paura prende il sopravvento, non sento la gioia di essere figlio, non mi sento responsabile per la mia felicità.

Gesù non esige da noi uno sforzo per produrre molto, ma desidera risvegliare la nostra coscienza di figli, per scoprire la gioia di rispondere al dono della vita e incontrare, su questo cammino, il Padre che ci ama. I primi due servi non agiscono presi dalla frenesia di di avere sempre di più, per riempire un vuoto che non si riempie mai; tuttavia essi sanno che ciò che hanno non è loro proprietà, ma è stato loro affidato, e che il signore ritornerà. Non lavorano con l’ansia di arricchirsi, ma mossi dalla fiducia ricevuta e con il desiderio di cresce sempre di più in questo rapporto. Il cristiano non è né una persona passiva e rassegnata, né una persona sempre occupata nel lavoro: agisce non per ottenere riconoscimento, ma in risposta all’amore che già ha ricevuto; non in funzione della ricompensa, ma in attesa dell’incontro con il Signore da cui si sente amato.

Nella vita di santa Paola Elisabetta possiamo riconoscere i tratti dei primi due servi: ella, dopo il difficile discernimento e la coraggiosa decisione di diventare nuovamente madre nella fede, riconosce che Dio l’ha guidata attraverso quel cammino perché la ama come una figlia. Questa esperienza la porta a insistere sull’educazione religiosa delle figlie di s. Giuseppe presentando Dio non come un giudice che fa paura ma come un Padre che ama e attende una risposta di amore. E questo in un tempo in cui la catechesi e la predicazione insistevano piuttosto sull’aspetto di Dio giudice e sulla paura del castigo. Solo la fiducia e l’amore possono svegliare la forza e il desiderio di donarsi alla vita, a Dio, ai fratelli.

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