Otto giorni dopo la Pasqua

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 3 aprile: Atti degli apostoli 5,12-16; salmo 117; Apocalisse 1,9-19; Giovanni 20,19-31.

Sono passati otto giorni dalla Pasqua. Cosa é rimasto? La luce del Risorto ha scavato in noi uno spazio nuovo, libero per la fede, per la speranza, per amare con rinnovato slancio? Sì, perchè la veritá dei riti che abbiamo celebrato si prova nella vita quotidiana, che mette alla prova la nostra fede in Gesú Risorto. Come si puó credere nella vittoria della vita sulla morte quando la stanchezza, la paura e la sfiducia prendono il sopravvento?

Otto giorni dopo… Tommaso stava con i discepoli. Si, ognuno di noi che ritorna in chiesa otto giorni la Pasqua porta dentro di sé un po’ di Tommaso. Lui voleva vedere e toccare quel Gesú che aveva visto da lontano inchiodato alla croce. Anche noi pensiamo: se credere nel Signore Risorto non produce effetti concreti nella mia vita e in quella di chi mi sta attorno, a che serve? E puó darsi che, come Tommaso, ci impuntiamo aspettando che qualcuno ci dia una risposta soddisfacente.

Nella sera del giorno di Pasqua i discepoli sono ancora nel buio della paura e della delusione. Gesú si fa presente, in modo del tutto inaspettato e improvviso, e li saluta con il dono della pace. In questo modo li riconosce di nuovo come persone degne di amicizia e stima, anche se lo hanno abbandonato nella passione. Dopo che si é fatto riconoscere, li invia a testimoniare quello che hanno vissuto con Lui. Per fare questo dona loro lo Spirito (il suo soffio divino, come quello del creatore che dá vita nuova) affinché possano perdonare i peccati, portando la vita del Risorto dove c’é la morte del peccato. Vedere il Risorto fa passare i discepoli dalla paura iniziale alla gioia e li porta a parlare di questo incontro a Tommaso, che era assente.

Povero Tommaso! É diventato simbolo dello scettico, di chi crede solo a ció che vede. Ma cosa fa di diverso dagli altri discepoli? Loro hanno visto… e hanno creduto. Lui vuole fare la stessa cosa! Di fatto Tommaso non é né migliore né peggiore degli altri, ma personifica la difficoltá di credere, che sta in tutti noi e non è vinta una volta per sempre. Tommaso incarna il nostro bisogno di prove “e-videnti”, che ci possano evitare la fatica di vedere in mezzo a ció che é offuscato, la fatica di affidarci a una promessa che ancora non si compie. Ecco: Tommaso mette in scena il difficile cammino della fede in Gesú Risorto.

É cosí serio ció che sente Tommaso che Gesú, apparendo dopo otto giorni, si dedica quasi interamente a lui: non disprezza il suo bisogno di toccare, anzi gli offre le mani e il costato. Vedere Gesú giá basta a Tommaso: vedere che Gesú sta lì per lui, che non lo rimprovera per la mancanza di fede, che lo ama come é, porta Tommaso alla fede, che si esprime con quella bella esclamazione: “mio Signore e mio Dio”.

Ma Gesú non è risorto solo per Tommaso. Egli si interessa anche di tutti coloro che vengono dopo i primi discepoli. È per loro che Gesú dice: “Beati coloro che crederanno senza aver visto”. La fede nella Risurrezione non dipende dal vedere Gesú, ma può nascere anche senza vederlo con gli occhi del corpo.

I primi testimoni hanno visto i segni che Gesú ha fatto e li hanno scritti nel libro del Vangelo. Esso è per noi oggi un “testimone” che ci trasmette autenticamente la vicenda di Gesú e il suo significato. Gesú non appare piú visibilmente a noi oggi, ma abbiamo il libro che custodisce la memoria dei suoi segni e delle sue parole. Anche oggi è possibile credere in Gesù Risorto. Gesù è risorto a Gerusalemme duemila anni fa: noi possiamo sentirlo vivo vicino a noi quando ci dona la forza di vincere la sfiducia, quando ci dona il coraggio di vincere l’egoismo e aprirci agli altri.