Pasqua e seconda nascita

Riflessione per la Pasqua, in compagnia di Santa Paola Elisabetta.

La Pasqua di Gesù, cioè il suo mistero di passione-morte-risurrezione, è l’evento storico/di fede da cui è nato quel movimento religioso che con il passare del tempo si chiamerà Cristianesimo. La fede cristiana si fonda totalmente ed esclusivamente su questo evento; per questo motivo, essere uomini e donne di fede è possibile nella misura in cui penetriamo nel mistero della Pasqua e – al tempo stesso – ci lasciamo pervadere, nella mente, nel cuore e nel corpo, da questo mistero.

Questo mistero riguarda in primo luogo la persona storica di Gesù di Nazaret: nei giorni precedenti alla Pasqua giudaica (probabilmente dell’anno 30) fu condannato a morte a Gerusalemme, dal procuratore romano Ponzio Pilato per lesa maestà all’imperatore, dopo che i capi religiosi lo avevano consegnato con l’accusa di bestemmia; è stato sottoposto alla pena atroce della crocifissione ed è stato sepolto; il giorno dopo il sabato di festa, le donne che lo avevano seguito hanno trovato il sepolcro vuoto, e hanno udito la notizia sorprendente che Gesù, il crocifisso, era risorto; per alcuni giorni coloro che lo avevano seguito dalla Galilea lo hanno incontrato vivo, e hanno ricevuto la missione di portare a tutti l’annuncio della risurrezione e di vivere secondo l’esempio e l’insegnamento ricevuti da lui durante il suo ministero di Rabbi.

Attraverso la missione affidata dal Risorto ai discepoli, il mistero della Pasqua da subito non ha riguardato solo quello che è avvenuto a Gesù, ma è stato riconosciuto come principio di “vita nuova” per chi accettava di diventare suo discepolo. Quindi, al centro della fede cristiana c’è sì la storia del profeta di Nazaret, ma allo stesso tempo la “vita nuova” che sgorga per tutti dalla sua Pasqua, quindi la vita di ogni discepolo. I primi libri del Nuovo Testamento ad essere scritti non sono stati i vangeli, ma le lettere di Paolo, in cui egli presenta il kerygma (annuncio) del mistero di Gesù Cristo morto e risorto (senza fare un racconto della passione e molto meno della missione pre-pasquale di Gesù) e ne spiega le conseguenze sulla vita pratica e quotidiana dei discepol. Non è possibile parlare di Gesù senza sentirci chiamati in causa; non è possibile comprendere cosa significa essere cristiani senza guardare la storia concreta di Gesù di Nazaret.

Come inizia nella vita del discepolo?

Consideriamo l’inizio-origine della vita cristiana: essa inizia (cronologicamente) e si origina (continuamente) dal battesimo. Nei primi tempi della Chiesa chi riceveva il battesimo scendeva in una vasca scavata nel pavimento della chiesa per essere immerso (questo è il significato del verbo greco baptizo) nell’acqua (simbolo antropologico e biblico di morte e vita) lasciando i suoi abiti, e risalendo dalla vasca era rivestito di una veste bianca (che portava per otto giorni). In questo modo il credente ri-percorre ritualmente il cammino di discesa-ascesa, di morte-risurrezione che ha percorso Gesù; viene così inserito nella sua Pasqua: svestendo i suoi abiti muore al modo pagano di vivere (l’acqua è un simbolo universale e biblico di morte – inondazioni/diluvio – e al tempo stesso di vita – nascita/bere) per assumere il modo cristiano di vivere, modellato sull’esempio e le parole di Gesù, simboleggiato dal bianco della veste, segno di luce (i discepoli di Gesù, prima di essere chiamati cristiani, erano chiamati illuminati). Questo “passaggio” (etimologia della parola ebraica pesah-pasqua) significa e realizza una trasformazione nella persona del battezzato, l’inizio di una “vita nuova”. È quanto dice S. Paolo scrivendo ai Romani, nel capitolo 6 della sua lettera. Il battesimo realizza e esprime nel rito l’esperienza della salvezza, che è dono della Pasqua di Cristo, che è accolta mediante la fede. Il passaggio dalla morte alla vita, dalla vita senza Cristo alla vita con Cristo, produce una “nuova creatura” (2 Corinti 5,17 e Galati 6,15)

In cosa consiste questa novità? Come si manifesta?

La novità è resa possibile dall’azione dello Spirito di Dio nella creatura. Come nel racconto della creazione Dio modella Adamo come un corpo di terra e soffiandogli sopra lo rende un “essere di vita”, così nel battesimo lo Spirito di Dio (che ha risuscitato Gesù dai morti) dà “vita nuova” a coloro che, rifiutando il comandamento (con il peccato) si erano allontanati da Dio. Altri testi del Nuovo Testamento sviluppano la metafora della “vita nuova” parlando di una “nuova/seconda nascita”, riferendosi al rito del battesimo che associa il credente alla morte e risurrezione di Cristo: Giovanni 3,3-6; Lettera a Tito 3,4-5; 1 lettera di Pietro 1,3.

Ciò non avviene come per magia, ma è un dono da accogliere, un cammino aperto ma da percorrere in libertà. La “novità” di cui si tratta si manifesta nei comportamenti concreti della vita quotidiana, nel rapporto con Dio, con se stessi, con gli altri, con le cose (creazione). Esempi di comportamenti dell’uomo vecchio (che si lascia guidare dalla “carne”, cioè la fragilità umana) contrapposti a quelli dell’uomo nuovo (che si lascia guidare dallo Spirito del Risorto) li troviamo in Galati 5,16-24 e Colossei 3,5-15, dove è ben evidenziato che è necessaria la risposta umana alla grazia di Dio e che ciò avviene solo attraverso un cammino che non finisce mai.

Noi che abbiamo ricevuto il Battesimo ci troviamo dunque in questo cammino: più o meno sapendolo, più o meno volendolo, più o meno assumendolo, a secondo della nostra storia familiare e personale. Come religiosi della Sacra Famiglia e come famiglie e collaboratori che hanno legami di fede e di amicizia con questa Congregazione, siamo aiutati – nel cammino – dall’esperienza pasquale di Santa Paola Elisabetta. Battezzata e educata in un ambiente cristiano, le vicende della vita l’hanno portata ad un certo punto ad affrontare il “battesimo esistenziale”: lasciarsi morire insieme al suo figlio Carlo, al quale aveva attaccato tutta la sua vita e le speranze di futuro? Oppure – attraversando il dolore – fidarsi della promessa di una “nuova vita”, una “seconda nascita”? La storia ci dice che ha percorso quest’ultima strada. Per questo è stata riconosciuta santa dalla Chiesa: perché ha riconosciuto nella prova della maternità uccisa e poi mirabilmente rinata, il cammino su cui seguire Gesù, che nella morte si è affidato totalmente al Padre ed è risorto. La trasformazione che è avvenuta nella sua vita è stata una conseguenza di questo passaggio pasquale: rinascendo si è sentita libertà nei confronti delle ricchezze e degli onori nobiliari, e ha scelto di aprire la sua casa e il suo cuore a bambini/e privi/e di amore famigliare e di educazione. Brevi passaggi di due lettere ci aiutano a percepire questo passaggio:

Reverendissimo Sig. Rettore! I giorni passano; ma il mio dolore per la perdita del mio caro Carlo si fa ognora più vivo: ho perduto tutto in quell’anima pura ed immacolata! La mia vita era troppo legata colla sua per potermelo scordare sì facilmente… Mio Dio, perché togliermelo?… Perché darmi tante consolazioni per rendermi ancor più amara questa perdita?… Era la più felice delle madri, ed ora?… (Lettera di Costanza Cerioli a Mons. Valsecchi, febbraio 1854).

Del resto sono contenta e soddisfattisima. Mio Dio! Come cambiò le mie afflizioni in consolazioni! Io non ci posso pensare senza intenerirmi ed eccitarmi all’amore di questo Padre sì buono, sì generoso… (Lettera di Costanza Cerioli al nipote Francesco, 20 giugno 1857).

Questa sua esperienza di “nuova nascita”, come un aprire gli occhi per ciò che più conta ma che con difficoltà si vede, porta santa Paola Elisabetta ad intendere e praticare l’educazione come una “seconda nascita/creazione”, e a esortare le sue educatrici a favorire questa seconda nascita:

Guardate dunque impegno, ed alacrità che dovete avere. Si tratta nientemeno di dare alle vostre, direi se non corro in sproposito, Figlie una seconda creazione. Sorelle carissime, vedete l’importanza della vostra missione?, Deh! Possiate conoscerla e rilevarne tutta l’importanza, onde adempierla, con generosità, con amore e con costanza.

Per amore io non intendo quel amore puramente naturale che solo ha in vista il benessere, e la prosperità del corpo… Questo amore non è l’amore che deve ardere nel cuore delle Suore [educatrici, educatori] di questo Istituto, nè quello che San Giuseppe pretende consegnandovi mano, mano le sue Figlie. Il vostro amore deve attingere ad una sorgente più pura, deve avere una mira più alta, e più spirituale, dovete, senza dimenticare il corpo, formare lo spirito delle vostre Figlie sulle Massime del Vangelo, il loro cuore, sul modello di quello di Gesù (Istruzioni alle maestre, in Le Regole, Opera Omnia, vol. 1).

Preghiamo il Signore che ci aiuti a vedere dove siamo nel cammino della nostra trasformazione come desideriamo conformarci a Lui nel cammino concreto della nostra vita.