S. Paola Elisabetta ha creduto all’ amore

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Nel Vangelo di oggi risuonano le prime parole di Gesù: è giunto il momento; il Regno di Dio è qui. Convertitevi e credete nel Vangelo! Dio si fa vicino, cammina con noi. A noi è chiesto di cambiare il modo di pensare e di vivere, fidandoci di questa promessa buona.

La conversione chiesta da Gesù appare in modo emblematico nella chiamata dei primi quattro discepoli: venite dietro a me; farò sì che diventiate pescatori di uomini. Nessuna spiegazione, nessuna garanzia. Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni lasciano tutto e vanno dietro a Gesù. Da lui esce una forza così grande che li convince ad accettare subito la sua richiesta. In quell’uomo c’è qualcosa di unico e di straordinario: non lo sanno spiegare, ma ne restano attratti, incantati. Gesù li chiama a una trasformazione: non solo per cambiare casa o mestiere, ma per cambiare dentro: il cambiamento più importante, che trasfigura tutta la vita.

Essere cristiani significa accogliere l’invito di Gesù a seguirlo: a lasciarsi affascinare da lui e seguirlo, a credere che vale la pena vivere come ha fatto lui.

Essere “credenti” è scoprire il tesoro, la perla preziosa della nostra vita, che vale più di tutto quello che possediamo. Per fare questo è necessario accettare di stare in cammino, in continua trasformazione.

Forse è questa la cosa che più ci sorprende e ci attira nella vita di santa Paola Elisabetta: è stata sempre in cammino, ha accettato la chiamata ad entrare pienamente in quello che stava vivendo, non si è lasciata vivere. È stata una donna credente, in cerca di quel tesoro che poteva riempiere il suo cuore. La fede è cresciuta con lei, come il filo conduttore della sua vita, intrecciato con le diverse esperienze, quelle gioiose e quelle tristi.

La morte del figlio Carlo l’ha portata nella prova più grande della sua vita e quindi anche della sua fede. Nel febbraio del 1854 scrive al rettore del Collegio S. Alessandro: La prego monsignore che mi benedica, che sono anche io sua pecorella, traviata sì, ma piena di buoni desideri di riparare a una vita fredda e indifferente nel servizio di Dio, ora che il Signore ha castigato con la maggiore delle disgrazie. È immersa nel dolore per la morte del figlio, che vive come un castigo di Dio, una grade disgrazia. Sente che è necessaria una trasformazione: desidera riparare a quella che le appare come una “vita fredda e indifferente al servizio di Dio”. Progetta allora di istituire due orfanatrofi (maschile e femminile) a Soncino in memoria del figlio Carlo e chiede al Vescovo di Bergamo, mons. Speranza, di aiutarla a realizzare questi suoi progetti.

E qui arriva una nuova chiamata: il vescovo, da uomo di fede, la aiuta a capire che prima di decidere cosa fare per gli altri, deve scoprire cosa Dio sta facendo per lei. Così le scrive il 4 febbraio 1855: E’ nulla per te il bene che puoi fare a questo mondo. Che giova fare del bene per gli altri? Prima per noi, in casa nostra, Dio ha diritto che lo serviamo bene noi prima di tutto… Non v’è difficoltà nel disporre delle nostre cose: la difficoltà è nel dispor bene di noi.  Il vescovo la conduce con forza e dolcezza ad entrare nel profondo di sé, le indica il cammino della fede, che chiede di toccare le proprie ferite. “La prima orfana da accogliere con amore sei tu! Finché senti che Dio ti ha “castigata con la maggiore delle disgrazie” sei orfana di Dio. Dio ti vuole bene perché è tuo papà; può curare il tuo dolore; ma lo fa solo se apri il tuo cuore e lo lasci entrare”.

Costanza accetta questa chiamata: entra nel profondo di sé, accoglie la sua ferita e… trova il tesoro. Si lascia prendere in braccio da Dio e coccolare come sua figlia. Scopre che quello che le è successo non è un castigo di Dio, ma una conseguenza del fatto che la vita umana è fragile e mortale. Scopre che Dio è vicino a lei, piange con lei, e la ama come figlia. Al termine di questo profondo cammino scrive queste parole al Vescovo (marzo 1857): Non posso mai pensare alle grazie immense che mi ha fatte Iddio, senza sentire nel mio cuore una grande commozione e tenerezza verso il Signore. E alcuni mesi dopo scrive al nipote Francesco: Mio Dio! Come cambiò le mie afflizioni in consolazioni! Io non ci posso pensare senza intenerirmi ed eccitarmi all’amore di questo Padre così buono e generoso.  

Questa trasformazione interiore la porta a cambiare i suoi progetti: invece di istituire gli orfanatrofi a Soncino e sostenerli con i suoi fondi, diventa lei stessa una casa accogliente per bambine orfane, bisognose di affetto, di famiglia e di educazione. Avendo scoperto quanto Dio la ama come figlia, libera tutta la sua capacità di amare e diventa madre adottiva di nuove figlie e nuovi figli. La fede ha trasformato, ha trasfigurato la sua vita.

Santa Paola ci aiuta a comprendere cosa è la fede per ciascuno di noi. È riconoscere, è scoprire che prima che io possa amare qualcuno, Dio mi ha già amato, senza condizioni e senza ripensamenti, e mi sarà sempre fedele. Fede è sentire l’amore di Dio per me, più forte di tutte le prove e le difficoltà che la vita ci fa attraversare. La fede è quel fondamento costruito sulla roccia, sul quale possiamo appoggiare tutto quello che avviene nella nostra vita, le gioie e anche le sofferenze, le sicurezze e anche le paure.

Questa fede libera le nostre energie per amare, ci toglie le catene dell’affannosa ricerca di essere amati. Fede è scoprire che Dio viene prima, ci ama prima e per sempre. Il nostro compito non è meritarci il suo amore ma riconoscerlo. E, sentendocene riempiti da questo amore, imparare a donarlo agli altri, a cominciare da chi più è fragile, impaurito e solo, perché non è stato amato abbastanza.

 

Padre Gianmarco Paris (Superiore Generale Congregazione Sacra Famiglia)