Seguire Gesù nella sua Pasqua

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 28, delle palme, inizio della settimana santa: Isaia 50,4-7; salmo 21; Filippesi 2,6-11; Marco 14,1-15,47.

Entriamo nella settimana santa, che sta al centro dell’anno liturgico come la Pasqua di Gesù sta al centro del cristianesimo. La domenica detta “delle palme”, perché ricorda l’entrata di Gesù in Gerusalemme accompagnata di voci e gesti festosi della folla, ci propone il lungo racconto della passione, dal gesto di amore per Gesù, compiuto da una donna anonima nella casa di Simone il lebbroso a Betania, fino al gesto di compassione di Giuseppe di Arimatea, che toglie il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolge in un lenzuolo e lo depone in un sepolcro vicino al calvario. Questi due gesti di profonda umanità fanno da cornice a cuore della storia: Gesù si lascia consegnare – per amore del Padre e dei fratelli – di mano in mano (Giuda, la folla, il sommo sacerdote, Pilato, i soldati) fino alla morte.

Marco nei capitoli 14 e 15 del suo vangelo ci descrive quello che avviene negli ultimi tre giorni della vita di Gesù. Non potendo meditare tutta la storia, fermiamoci solo su una scena, quella dell’arresto di Gesù nel giardino del Getsemani (14,43-52). Siamo circa a metà della storia della passione: Gesù ha raccolto i suoi per una cena di festa, sapendo che sarebbe stata l’ultima. Sono poi andati nel giardino del Getsemani, dove nella preghiera Gesù si è consegnato totalmente nelle mani del Padre, mentre i discepoli dormivano. In questo momento arriva Giuda, con una folla armata e agitata, mandati dai sommi sacerdoti. Il gesto e le parole di Giuda dicono il contrario di ciò che significano: si avvicina a Gesù, ma non per ascoltarlo; lo chiama maestro, ma già non lo considera più tale; lo bacia, non per mostrare affetto e riverenza, ma per indicare chi è la persona da arrestare. Gesù riconosce che in questo modo si compiono le scritture, quelle che parlano del servo di Dio che deve soffrire. In questo momenti tutti i suoi discepoli lo abbandonano e fuggono. Il racconto della passione continua con Gesù che rimane solo, circondato soltanto da chi lo condanna e lo uccide. Anche Pietro, che durante la cena era disposto persino a morire per Gesù, fugge con gli altri. Si interrompe qui il rapporto tra Gesù e i discepoli che era cominciato quasi nella prima pagina del vangelo, quando li aveva chiamati sulla riva del lago: quel giorno avevano lasciato tutto per seguire quell’uomo, ora lasciano il maestro e fuggono, per mettere in salvo la vita. Gesù non è più un uomo libero: è l’ora in cui si realizza quanto aveva più detto ai discepoli durante il viaggio a Gerusalemme, che il figlio dell’uomo sarebbe stato consegnato nelle mani degli uomini, che l’avrebbero messo a morte, e dopo di ciò sarebbe risorto.

Mentre la folla armata porta via Gesù, Marco ci presenta una piccola scena, apparentemente senza legame con la storia: a differenza dei discepoli che sono fuggiti, c’è un giovane che cerca di seguire Gesù, vestito con un lenzuolo. Quando lo prendono, egli scappa via lasciando cadere il lenzuolo. Chi è questo giovane, di cui gli altri evangelisti non parlano? Marco non ce lo dice: eppure non può essere privo di significato. Possiamo comprenderlo come un simbolo, con cui Marco ci offre una chiave di lettura per capire quello che sta avvenendo con Gesù e per comprendere come noi, discepoli di oggi, siamo dentro questa storia.

Quell’uomo che se ne va senza il “lenzuolo” è immagine di Gesù consegnato alla morte, che accetta di essere spogliato della sua identità di figlio di Dio (come dice S. Paolo nella lettera agli efesini, capitolo 2), e addirittura della sua dignità di uomo, sfigurato dalle torture e dalla crocifissione; ed è anche immagine di Gesù che esce libero dalle maglie della morte, abbandonando il “lenzuolo” con cui Giuseppe di Arimatea l’aveva avvolto. Infatti Marco ci presenta ancora un “giovane” soltanto in un altro passaggio del suo vangelo, questa volta vestito con una veste bianca: le donne lo vedono quanto entrano nel sepolcro, la mattina dopo il sabato, senza trovarvi il corpo di Gesù. Quel giovane non è Gesù, ma è colui che rivela alle donne la sua risurrezione, affidando loro la missione di annunciarla ai discepoli, e in particolare a Pietro.

Questo giovane che “cercava di seguire Gesù” è anche simbolo del discepolo, che per seguire il maestro è chiamato a rinunciare a tutto, secondo l’insegnamento che Gesù dava durante il viaggio a Gerusalemme: “chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. La nudità del giovane che fugge via è segno anche dell’infedeltà e della debolezza del discepolo: egli deve rinunciare alla pretesa sicurezza di saper seguire il maestro. Gesù nell’ultima cena l’aveva predetta: “voi vi scandalizzerete e fuggirete”. Pietro, che durante la cena aveva promesso di andare con Gesù fino alla morte, negherà di conoscerlo dopo poche ore. Ciò è biasimevole, sì, come la nudità, ma – ci dice Marco – è una tappa necessaria per chi vuole diventare discepolo: solo chi riconosce questa sua debolezza, piangendo come Pietro, può accogliere l’amore con cui è amato da Gesù, che non è ricompensa dei suoi meriti, ma dono gratuito e immeritato. Anche questo sicurezza, forse soprattutto questo, è quella parte di noi alla quale dobbiamo rinunciare, per riconoscere Gesù risorto e diventarne testimone.

Questo cammino, che dura tutta la vita, nasce dalla grazia del battesimo, che nelle prime comunità cristiane era realizzato attraverso uno spogliamento e un rivestimento: il battezzato si immergeva in vasca di acqua scavata nel pavimento abbandonando i suoi abiti e salendo dall’acqua era rivestito di una veste bianca. I santi con la loro vita ci mostrano di aver compreso il senso della passione di Gesù e di averlo seguito. S. Francesco nella piazza del paese si spoglia degli abiti della borghesia, per significare la sua decisione di seguire Gesù. Santa Paola Elisabetta si spoglia degli abiti di nobildonna, e spoglia anche il suo palazzo, per seguire Gesù con la sua propria vita, messa gioiosamente al servizio di chi era privo di amore, educazione e futuro. Essi ci mostrano che tutti possiamo seguire Gesù, anzitutto accettando che Egli ci ama come siamo, deboli e peccatori, e così ci rende capaci di donarci agli altri, come ha fatto lui: entrare nella Pasqua di Gesù non significa solo sperare in una nuova vita dopo la morte, ma significa rinnovare oggi il nostro modo di vivere, a imitazione di Gesù.