Servire accogliendo chi non ha casa

Meditazione sulla Parola di Dio di domenica 18 ottobre: Isaia 53,10-11; Salmo 32; Ebrei 4,14-16; Marco 10,35-45).

Il nostro Dio è colui che “è venuto per servire e per donare la sua vita in riscatto per tutti”. Con questa frase Gesù conclude l’ennesimo insegnamento ai discepoli, che chiedono posti di potere, proprio mentre lui cammina con loro verso Gerusalemme, sapendo che là verrà consegnato e messo a morte, e poi risorgerà.

La frase di Gesù esprime due aspetti centrali della sua missione (della salvezza): la sua grandezza si realizza nel servizio, fino al dono totale di sé; questo dono è per tutti, per l’umanità intera, senza differenze. Accogliendo questo dono, i cristiani (la Chiesa) sono inviati a continuare questa missione: tenere viva la memoria del dono d’amore che Gesù ha fatto. Per questo ogni domenica celebriamo l’Eucaristia. Anche noi, come i discepoli, pensiamo “secondo gli uomini e non secondo Dio”. Stando con Gesù che celebra tra noi l’Eucaristia, gli chiediamo che converta i nostri cuori e ci renda capaci di trovare la nostra realizzazione (pienezza) nel servizio (ciò significa imparare a non mettere noi stessi al centro, ma la relazione con l’altro); e ci aiuti ad agire tenendo davanti lo stesso orizzonte di Gesù, cioè l’umanità intera (combattendo la tentazione di chiuderci).

Da qui, dall’Eucaristia, che è il cuore della missione di Gesù, scaturisce la missione della Chiesa, cioè la missione di ciascuno di noi, che si esprime nel mondo: nella nostra vita personale, nelle relazioni quotidiane della famiglia, e nella società, attraverso il contributo del nostro lavoro.

Da parecchi mesi la nostra coscienza di cristiani come cittadini dell’Italia e del mondo è interpellata in modo nuovo dal fenomeno delle migrazioni, che non è solo di oggi e non è solo dell’Europa, ma che oggi qui da noi assume dimensioni molte superiori a quelle degli anni passati. Sono migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra e dalla fame, in cerca di una vita più umana. È un fenomeno mondiale (quella che tocca l’Europa è solo una parte, neppure la più grande, dei 53.000.000 di persone che in tutto il modno fuggono dai loro paesi); per come si svolge e per come viviamo noi in Europa, crea situazioni e problemi inediti.

Questa situazione ci mette in questione: a livello primario, per la questione concreta dell’accoglienza delle persone, ma subito dopo mette in questione il nostro stile di vita (la cultura), e infine mette in questione anche il nostro modo di vivere la fede cristiana.

La giornata missionaria mondiale è uno stimolo a riflettere sul problema delle migrazioni. Occorre prendere coscienza che per essere veri cristiani non possiamo tirarci fuori da questa sfida, che tocca la nostra società; non possiamo considerarla un problema di altri, ancor meno solo dello istituzioni statali o sovra-nazionali. Questa situazione ci interpella come uomini e donne, e come cristiani: siamo chiamati a rispondere in modo costruttivo e collaborativo, a contribuire a forme e strategie di accoglienza, non solo perché (come ci dicono i sociologi) l’Italia e l’Europa hanno bisogno di queste persone (perché sta invecchiando), ma prima ancora e più radicalmente perché non sono uomo se non apro la porta di casa a uno che scappa dalla morte e da una vita non degna di questo nome. La civiltà è nata sul riconoscimento di questo diritto: il Vangelo ne fa il cammino per rispondere al dono della vita che viene da Dio.

In questo tempo di secolarizzazione, di trasformazione profonda del cristianesimo, la nostra fede ci deve servire per restare pienamente uomini: per non perdere la capacità di sentire la sofferenza di una persona che è uguale a noi in tutto, eccetto il colore della pelle e il paese in cui è nata (la com-passione); per sentire che siamo umani solo se riusciamo a creare per tutti condizioni adeguate di umanità, come la pace, la libertà, il cibo, le relazioni vitali (solidarietà: c’è un debito verso gli altri negando il quale io perdo me stesso). A partire da qui, la fede in Cristo che è venuto per servire ci può aiutare a collaborare a forme di accoglienza: oggi questo è uno dei nomi di quel “servizio” che Gesù ci indica per diventare grandi, per entrare nel Regno.

Rispondendo alla Parola di Gesù, vogliamo chiedere la conversione del cuore e della mente, da cui nascono gesti e cammini nuovi. Infatti la tentazione di Giacomo e Giovanni, quella di cercare i primi posti di gloria, tocca anche noi.

L’immigrazione con le sue sfide concrete ci mette in gioco come cittadini e come cristiani: mette a nudo forse una certa fragilità della nostra formazione cristiana, che non è riuscita a incidere fino al fondo del cuore, per renderci capaci di vera accoglienza (accogliere l’altro come è e non a condizione che corrisponda a quello che ho in mente io); per renderci capaci di collaborare con tutti, lasciando che ciascuno dia ciò che è e ha. Forse questo tempo ci interpella e ci stimola a diventare un po’ più cristiani secondo il cuore di Cristo, che è un cuore aperto all’accoglienza (qualche domenica fa Gesù diceva: chi non è contro di me è con me). Per questo non possiamo non riconoscerla come un “segno dei tempi” che Gesù nel Vangelo ci chiede di cogliere. Il nostro è un tempo che dovrebbe vedere i cristiani, nei diversi luoghi dove attuano professionalmente, come uomini e donne de grande umanità; e che dovrebbe vedere la Chiesa con i suoi organismi collaborare con tutte le realtà sociali per la ricerca di soluzioni possibili per una accoglienza che umanizza.

Fare qualcosa di concreto a favore di chi è nel bisogno dice più di ogni altra cosa che abbiamo fatto nostro l’insegnamento di Gesù nella parabola del samaritano. Noi sappiamo che il buon samaritano è Gesù: lui per primo si china su chi giace per strada mezzo morto; e chiede a noi, come fa il samaritano all’albergatore, di prenderci cura di lui, fino al suo ritorno, promettendo che ci ripagherà quanto spendiamo.

La persona che ha bisogno del nostro aiuto per riacquistare la sua dignità umana è il pegno che Gesù ci consegna come garanzia del suo ritorno; prenderci cura di questa persona è la strada per preparare il ritorno di Gesù, la strada che ci porta insieme verso la casa da dove siamo venuti.