Il seguente articolo di Jon Sobrino, SJ, e che proponiamo alla vostra riflessione è stato pubblicato su Concilium 1/2010.

Ci sono alcune conclusioni interessanti e soprattutto provocanti anche se l’autore non sempre riesce ad essere fedele al suo intendo di riportare ‘verità storiche’ forse perché troppo coinvolto dal suo pathos con i poveri.
Nel presente articolo io mi concentrerò su ciò che, a mio parere, è fondamentale nel ministero in qualsiasi sua forma, indipendentemente dal modo in cui i ministeri vengono conferiti. Parto da due presupposti. Il primo, che ministero è servizio, e nella chiesa la sostanza di qualsiasi servizio deve essere configurata secondo Gesù. Il secondo, che il servizio - o antiservizio - viene esercitato in un mondo che è, in maniera strutturale e antagonistica, Nord-Sud, e che pure deve essere configurato a immagine di Cristo. Non esamineremo tutti i temi che riguardano il ministero; speriamo comunque di affrontarne alcuni che sono importanti.
Settantanni fa cominciava a scorrere per l'Europa il sangue umano dell'olocausto nazista degli Ebrei.
In quella realtà, per il ministero la domanda fondamentale era se esso esprimeva un impegno a favore degli Ebrei, una "chiesa confessante" (si pensi a un Dietrich Bonhoeffer, a un Alfred Delp) o se rimaneva nascosto in una "chiesa normale", di battezzati senza impegno. Ci si dovrebbe chiedere la stessa cosa per il tempo della conquista dell'America da parte degli Spagnoli, dello spogliamento dell'Africa - più i milioni di schiavi - da parte degli Europei, della sottomissione e depredazione dell'America latina da parte degli Stati Uniti. Il Sud del mondo è stato, e continua ad essere, il test per valutare globalmente il ministero, e i risultati non sono stati granché soddisfacenti. Ci sono stati ministri ammirevoli, come Bartolomé de Las Casas, Desmond Tutu, Ita Ford e Maura Clarke (religiose di Maryknoll), ma in momenti importanti raramente è stato questo il tono della globalità del ministero ecclesiale. E oggi? Continua Agrelo Martinez:
In invisibili campi di sterminio la morte fa raccolta di rifiuti. Ogni giorno il sistema degli eletti uccide di fame 25.000 bambini. Ogni giorno 200.000 persone si aggiungono alla moltitudine di coloro che soffrono una fame cronica.
Questo "Sud crocifisso" è il segno dei tempi. "Deporlo dalla croce" è il ministero fondamentale. E, configurato a partire dal Sud del mondo più che a partire dal Nord, qualsiasi ministero ecclesiale assomiglierà di più a quello di Gesù.
a) Dal ministero il Sud del mondo esige innanzitutto conversione, e, anche se con difficoltà, la cosa a volte si verifica. Visto nella sua globalità, attorno a Medellin nacque un ministero convertito (senz'altro anche quello dei vescovi), sul quale diremo ora una parola. La conversione è consistita nel servire di più e meglio i poveri e le vittime, e nello scontrarsi con i loro oppressori e assassini, per prendere le difese dei primi. Monsignor Romero lo ha espresso incisivamente: «Mi tocca andare in giro a raccogliere calpestati e cadaveri... Oggi mi tocca venire a rassettare... un sacrario distrutto, soprattutto un popolo umiliato, sacrificato indegnamente». Lottare per la vita delle vittime, difenderle, per lo meno seppellirle, era allora il suo ministero ex officio - così come durante la colonizzazione i vescovi furono ex officio i difensori dell'Indio. Il Sud, "Medellin", richiese e facilitò questa conversione, e la vide realizzarsi. Sei vescovi furono assassinati per fedeltà al nuovo ministero.
b) Al ministero il Sud del mondo offre la dimensione dell'assoluto. Dice dom Pedro Casaldàliga: «Tutto è relativo, meno che Dio e la fame». I venticinquemila bambini che muoiono ogni giorno di fame - assassinati, visto che sarebbe possibile evitarlo - sono qualcosa di assoluto, e non può essere per niente banalizzato. Ivan Karamazov lo ha detto molto bene: «Se mi invitano ad un cielo in cui vengono regolarizzati gli assassini di bambini, fin da ora mi rifiuto di entrarvi». La banalizzazione - «la vita è ben vivere e ottenere successo», secondo il Nord - uccide l'assoluto. Il Sud lo difende.
L'assoluto della fame può inoltre avviare verso altri assoluti. Insieme alla fame, assoluto visibile, si può guardare verso Dio, l'assoluto invisibile. Non sono la stessa cosa, ma nell'esercizio del ministero non è di poco conto poter indirizzare lo sguardo almeno a qualcosa di realmente assoluto, e demolire così, nella pietà e nella liturgia e nel giorno dopo giorno ecclesiale, degli assoluti immaginati infantilmente e desiderati egoisticamente. Il Sud rende più difficile assolutizzare ciò che assoluto non è. E rende più facile parlare di Dio secondo la tradizione biblica: un Dio di poveri e vittime. Monsignor Romero fece un ulteriore passo in avanti, dicendo: «gloria Dei vivens pauper», la gloria di Dio è che il povero viva. E, se ci si permette l'audacia, con Casaldàliga potremmo dire: «gloria Dei manducans esuriens», la gloria di Dio è che l'affamato possa mangiare. Il Sud facilita un ministero che annunci il mistero di questo Dio.
c) Il Sud del mondo offre anche il luogo più appropriato per pensare teologicamente il ministero. È il luogo più idoneo per cogliere la manifestazione di Dio, per vivere la fede e la sequela e, quindi, per fare teologia. È stato questo il disegno di Dio.
Dal Sud, io penso, si percepisce meglio come deve essere ogni ministero in ciò che è fondamentale. Si scopre più velocemente che deve essere incarnato tra poveri e vittime, pieno di compassione per favorire la vita, di profezia per smascherare l'ingiustizia, di speranza che i poveri abbiano vita e che alle vittime vengano restituite esistenza, nome e dignità. Il Sud chiede conversione al Nord, lo convoca alla solidarietà e gli offre utopia: il sogno che la famiglia umana - Nord-Sud - sia possibile. Dal Sud si captano cose importanti per il ministero: «fuori dei poveri non c'è salvezza», «il ministero deve essere anche in mano alle donne». Le quali hanno a loro favore non solo il Nuovo Testamento e la coscienza di diritti umani universali, ma il loro contributo necessario e specifico alla vita e alla chiesa nel Sud del mondo. Torneremo sull'argomento.
Per Gesù il definitivo fu una realtà duale: «il regno di Dio», di modo che regno esprime in actu che Dio è abbà, Padre buono per i poveri; e Dio dà fondamento e ragion d'essere al regno. Ellacuria ha tratto le conseguenze per noi: «La principale realizzazione possibile del regno di Dio nella storia è ciò che debbono prefiggersi i veri seguaci di Gesù». Anche quelli che esercitano il ministero. Tuttavia, per secoli, né i concili né il magistero né la cristologia hanno preso in considerazione, né hanno ben compreso, il regno di Dio. La teologia europea lo ha scoperto da un secolo, e la teologia della liberazione gli ha dato un posto centrale, insistendo sui suoi destinatari primari: i poveri. Il regno è attualmente in declino, mentre persistono in forme diverse i fraintendimenti di un tempo sul regno, il che comporta conseguenze negative per il ministero. Si era soliti pensare che il regno di Dio fosse il matteano regno dei cieli (la basiléia tón uranòn). Di conseguenza, "ministero" era il servizio di portare al cielo, mentre trasformare radicalmente questo mondo non rientrava nell'orizzonte, idea che non è del tutto scomparsa. Simbolicamente, liturgie fastose e altre cose simili fanno sì che venga introiettato il primato del cielo rispetto alla terra. Nella loro massima espressione queste cose ricordano Charles Péguy: «Poiché non sono della terra, credono di essere del cielo». E un serio pericolo da evitare in qualsiasi ministero. S'è anche pensato che il regno fosse la chiesa. Oggi non si parla più in questi termini, e la chiesa istituzionale passa per molte metamorfosi. Ma la tentazione persiste. La chiesa ufficiale cerca onnipresenza socio-politica e mediatica, ricorrendo a svariate forme di potere per comunicare l'idea che essa è la realtà definitiva, superiore a qualsiasi altra religione e istituzione umana. E una forma di neo-cristianità. In questo contesto il ministero può degenerare a strumento perché la chiesa, non il regno, sia la realtà ultima.
Con il libro di Joseph Ratzinger Gesù di Nazaret il problema è stato di nuovo posto, questa volta in profondità teologica. Dopo aver passato in rivista le interpretazioni attuali sul regno di Dio, Ratzinger conclude: «Con parole più esplicite possiamo dire: parlando del regno di Dio, Gesù annuncia semplicemente Dio, cioè il Dio vivente, che è in grado di operare concretamente nel mondo e nella storia e proprio adesso sta operando»;
questo Gesù, tuttavia, non proporrebbe contenuti sufficientemente storici dell'attuazione trasformatrice di Dio nella storia. Il punto è stato discusso, e non insisteremo su di esso; purtuttavia, questo sì, vogliamo richiamarvi l'attenzione, perché può portare ad una svalutazione del regno come ciò che bisogna costruire con il ministero.
L'opinione maggioritaria degli esegeti segue un'altra linea. Israele ha sperimentato il passaggio di Dio attraverso la storia e ha compreso in modo preciso: «giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli» (Sai 96,13; cf Sai 72). Il regno di Dio «trasforma una realtà storico-sociale ingiusta in un'altra giusta, nella quale regna la solidarietà e nella quale non ci sono poveri (cf Dt 15,4)». Gesù non ha abolito questa nozione di regno, anche se l'ha certamente approfondita e completata a partire dall'abbà.
In conseguenza di tutto questo bisogna intendere il ministero come servizio al regno di Dio e combattere le limitazioni e le degenerazioni che abbiamo menzionato. Il ministero deve essere storico, oiko-nomico, possiamo dire, perché renda possibile l'óikos, la casa, nucleo centrale della vita, e la libertà, di persone e popoli. Per questo motivo il ministero deve anche tenere conto delle dimensioni strutturali della realtà. Deve essere parziale, a favore direttamente degli uni, gli oppressi, e dialettico, contro altri, gli oppressori - sempre salvabili mediante conversione. Scaturisce da una compassione primordiale, come quella del Dio dell'esodo, dei profeti e di Gesù. Deve trasformarsi in giustizia, entrare in conflitto e lottare contro l'antiregno. E deve essere regno "di Dio", sul che diremo una parola nel finale.
Questo ministero fondamentale può e deve esprimersi in una pluralità di ministeri: la parola, la costruzione del corpo ecclesiale, l'assistenza, certamente la celebrazione dell'eucaristia. Ma questi ministeri non fanno sì che quello cessi di essere il ministero fondamentale.
La compassione conflittuale e coerente. Ogni ministero della chiesa deve essere impregnato delle caratteristiche di quello di Gesù, a cominciare dalla compassione. Gesù annuncia la buona notizia del regno «ai poveri», agli incurvati sotto il peso della vita. J. Jeremias aggiunge: «unicamente ai poveri», parzialità che non è facile accettare. Ma lo ha fatto Puebla: «Per il solo fatto di essere poveri, senza tener conto della loro situazione personale o morale, Dio li ama». E aggiunge che Dio non solo li ama, ma «li difende», con il che il ministero è esposto al conflitto con gli offensori. La qual cosa continua ad essere assolutamente reale. Nel Sud del mondo al ministero si reagisce con persecuzione e assassinio. E viene allora il martirio, la compassione coerente, conseguente, fino in fondo.
Non tenere conto di questa possibilità significa non comprendere il servizio al regno e banalizzare il potere dell'antiregno. E accettare tutto questo non è facile. Aparecida, pur con buoni testi, con una certa audacia e creatività, non ha affrontato seriamente il conflitto. Non menziona le cause storiche della morte di Gesù e, anche se parla dei martiri latinoamericani, non fa menzione dei responsabili: oligarchi, militari... Non appare con chiarezza lo scontro con l’antiregno che deve essere affrontato nel ministero.
In povertà e senza potere. Il tema è centrale in Gesù. Il ministero deve essere in povertà: «E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura» (Me 6,8). E senza potere: «Coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni, dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi, però, non è così: ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mc 10,42s.). Tutto questo deve essere storicizzato, ma non può essere eliminato. In povertà significa per lo meno resistere alla tentazione dell'abbondanza e così pure dell'ostentazione. Senza potere significa per lo meno resistere alla tentazione di sottomettere. E siccome in un certo grado il potere è sempre necessario, ogni precauzione è sempre poca riguardo al suo uso nel ministero.
Mi si permetta di ricordare sant'Ignazio. Nella cosiddetta meditazione delle due bandiere [tema del quarto giorno della seconda settimana degli Esercizi spirituali] risulta chiaro come in povertà e senza potere siano cammini di vita vera - umanizzazione, esercizio evangelico del ministero. Ed egli insiste sul fatto che sono in opposizione con la ricchezza e con il potere. Bisogna incominciare con la povertà - spirituale, ma anche reale - in opposizione alla ricchezza. Quella porta insulti e vituperi - il senza potere -, in opposizione a onori mondani e vani - che accompagnano il potere. Culmina nell'umiltà, la quale porta a tutte le virtù - virtus: la forza di umanizzazione - in opposizione alla superbia, che porta a tutti i vizi, i poteri di disumanizzazione.
Questo è l'Ignazio di Manresa. In seguito, come generale della Compagnia, dovette storicizzare le due bandiere - e non gli risultò facile. I ministeri della Compagnia esigevano risorse, ragion per cui i gesuiti cercarono dei benefattori, cosa che li avvicinò al mondo della ricchezza, degli onori e del potere: re e dame della nobiltà, vescovi e cardinali... Sant'Ignazio vide la difficoltà di mettere insieme l'efficacia del vangelo e l'efficacia dei mezzi, perché le due cose originano dinamismi diversi e a volte contrastanti. Il problema lo impegnò seriamente, ed egli cercò delle soluzioni. A Lainez e a Salmerón, inviati al concilio di Trento - mondo di potere, ecclesiastico e anche secolare -, raccomandò di alloggiare in ospizi di poveri. Era un modo di vivere in povertà e senza potere in una situazione oggettiva di ricchezza e di potere. Ma il problema non è di facile soluzione.
Per quanto riguarda il ministero in povertà, bisogna prendere sul serio l'austerità e va respinto, senza accettare giustificazioni, il lusso in edifici, università, collegi, templi, nonché le solennità mondane e vane, anche se tutto questo fosse ben accetto alla società. E bisogna evitare - in confronto a poveri e classi medio-basse - disuguaglianze laceranti nel modo di comportarsi, di viaggiare, curare la salute, riposare... In ogni caso, si deve pur notare in qualche cosa che il ministero è in povertà.
Per quanto riguarda il senza potere, non si deve affatto cedere il "potere" che deriva dal "sapere", per non lasciarlo ancora di più nelle mani di coloro che lo usano per opprimere la verità. Bisogna tuttavia evitare l'"arroganza", pericolo reale in cui possono cadere persone con buona formazione. E occorre superare l'attrazione esercitata dalla vicinanza a poteri reali, civili o ecclesiastici, cosa che può accadere sub angelo lucis.
Senza cadere in forme di nominalismo, invece di pensare in termini di potere, si può pensare in termini di enérgheia e dynamis, energia e impulso: il ministero spinga a cambiare delle realtà e comunichi forze per la crescita degli altri, contro il potere che cambia le cose a proprio vantaggio e sottomette gli altri. Un monsignor Romero, che più che "potere" aveva "energia", ha trasformato la situazione personale e sociale dei campesinos.
Contro l’arroganza non c'è metodo migliore per superarla che il lasciare che i poveri siano buona notizia per noi, soprattutto quando, senza dirlo, ci perdonano. E, presi a carico con umiltà - senza ostentazione -, molti aiutano a subire la persecuzione e il martirio. Volesse il cielo che la chiesa impostasse ambedue le cose come problema centrale del ministero, non solo come possibile argomento di prudenza o di canonizzazione*. Ci sono diversi modi per servire, ed è bene cercare l'efficacia. Ma non ce ne sono di migliori e di più efficaci dei martiri. E rimangono le parole di Gesù: «Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Me 10,45).
Laiche e laici. Il necessario sviluppo storico dei ministeri non può annullare l'essenziale delle loro origini, e sarebbe scandaloso che queste si trasformassero nel loro contrario: autorità in luogo di servizio, per esempio. Orbene, nel movimento di Gesù e delle prime comunità, il ministero è essenzialmente di uomini e di donne su un piano di parità. A questo proposito vogliamo ricordare due cose.
La priorità del laicale. Può suonare provocatorio, anche se non dovrebbe esserlo. Il laicale - in quanto distinto dal sacerdotale - è il modo primordiale di essere umani e, quindi, cristiani. Gesù fu laico non solo sociologicamente, ma anche nella sua realtà di mediatore di Dio. La Lettera agli Ebrei lo chiama sacerdote, ma la capacità mediatrice gli viene dall'esercizio di realtà laiche: misericordia, fedeltà, dedizione. Non ebbe bisogno di aggiunte sacrali, e tanto meno ebbe necessità di alcun tipo di potere. I ministeri ecclesiastici sono stati, di fatto, rivestiti di aggiunte sacrali e di potestà, ma ciò non annulla il fatto fondamentale: la realtà del ministero di Gesù fu laicale - e in ciò si deve vedere, anche se è senza speranza, il correttivo contro la degenerazione del ministero. Il laicale è ciò che salva il sacrale, non il contrario. E se si prendesse come sacrale il "manifestarsi di Dio", ciò può ben essere compreso come "il massimo splendore del laicale", non la sua scomparsa.
Ministeri e donna. Il ministero deve stare nelle mani della donna nella stessa misura in cui è nelle mani dell'uomo - e, vista nella prospettiva di Gesù, la situazione della donna nella chiesa è insostenibile. Questa è un'affermazione programmatica, ma un breve promemoria biblico può aiutare. Nei sinottici donne insieme a uomini accompagnano Gesù che annuncia il regno di Dio. Lc 8,2s. dà i loro nomi: Maria Maddalena, Giovanna moglie di Cuza, Susanna - «e molte altre», anche se di queste ultime dice che lo «servivano con i loro beni». In Marco e Matteo sotto la croce sono presenti solo donne: Maria Maddalena, Maria la madre di Giacomo il minore, e Salome (Me 15,40s.; cf. Mt 27,56, dove viene menzionata anche la madre dei figli di Zebedeo), e quelle di cui si dice che lo seguivano, usando il termine tecnico akoluthéo: seguire Gesù in ciò che fa. Il Risorto in Giovanni appare in primo luogo a Maria Maddalena (Gv 20,11- 18) - non a Pietro -, la quale si trasforma in apostola degli apostoli. Nei sinottici appare prima alle donne, che debbono annunciare ai discepoli l'accaduto (Mi 28,9; Me 16,9; Le 24,1-10).
La donna, quindi, è centrale, e più degli uomini, nell'evento pasquale. Giovanni pone inoltre sulle labbra di una donna, Marta, la confessione cristologica più decisiva dei vangeli: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27), confessione forse più profonda di quella di Pietro in Mt 16,16: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Per quanto riguarda "dignità gesuani- ca" e "apostolato", le donne appaiono non solo alla pari ma, a volte, al di sopra degli uomini.
Nelle comunità paoline, le meglio conosciute, per la comprensione del ministero vanno sottolineate due cose. Innanzitutto l'importanza della comunità, nella quale l'equivalente di ciò che oggi sono i ministeri è prerogativa tanto di uomini quanto di donne. I ministeri nascono per le necessità delle comunità, e la loro validità non proviene, necessariamente, dal fatto che l'apostolo conferisca loro un qualche tipo di autorità. A Tessalonica e a Corinto le comunità si sono organizzate in assenza di Paolo, e questi, in seguito, sostiene i ministri e le ministre, anche nel caso che quello che fanno supponga una novità. In 1 Ts 5,lls. e in 2 Cor 16,15s. li riconosce per l’opera che svolgono, non perché siano stati nominati o sia stata concessa loro una determinata potestas. Il referente di Paolo, quindi, è la comunità, e per questo quando sorgono dei problemi egli scrive a tutta la comunità, non ai capi. Questi, come gli episkopoi e diàkonoi, sono menzionati solo in Fil 1,1, e senza specificare in che cosa consista il loro compito. Il carisma di governo, così centrale oggi in una chiesa gerarchica, nella lista di 1 Cor 12,28 viene nominato al penultimo posto, e precede solo il dono delle lingue, di nessuna importanza, addirittura dubbio, per Paolo. Tutto molto diverso dal modo in cui oggi viene compreso il ministero.
In Rm 16 vengono menzionate per nome diverse donne, e per ciascuna Paolo evidenza l'attività apostolica. Febe è diaconessa. Prisca e Maria «hanno faticato molto», termine che viene usato per descrivere il servizio apostolico di Paolo per la comunità. Giunia, ben nota tra gli apostoli, giunse a Cristo prima di Paolo. Perside, Trifosa e Trifena hanno lavorato, «hanno faticato per il Signore». In At 16 Lidia non è solo una donna che ospita Paolo nella propria casa, ma probabilmente sua collaboratrice nell'apostolato. Il fatto che le donne avessero funzioni apostoliche - che oggi sarebbero "ministeri" - conferma in actu l'affermazione programmatica di Gal 3,28: «In Cristo non c'è maschio e femmina», anche se la frase, in 1 Cor 12,13 viene omessa, probabilmente per le enormi difficoltà pastorali che una tale affermazione supponeva.
Questo promemoria è conosciuto. Nello spirito, e anche nella lettera, mostra una comprensione dell'uomo e della donna all'interno della comunità molto diversa da quella attuale, molto più in linea con l'uguaglianza che non con la disuguaglianza ministeriale dovuta al genere. Oggi a questi testi vanno aggiunti i "segni dei tempi". Nel Nord del mondo non si può non vedere l'avanzamento umanizzante supposto dal riconoscimento di pari diritti per la donna, riconoscimento che bene o male si va imponendo. Nel Sud del pianeta non si può non vedere il contributo reale dato dalla donna alla società e alla chiesa, e a volte in forma eroica. Nel Salvador senza la donna (madre, compagna, sposa) sarebbero crollati il paese e, senza dubbio, la chiesa: negli anni di repressione e di guerra la donna ha mantenuto in vita l'uno e l'altra. In mezzo alle bombe, fuggendo di notte, senza poter parlare per non farsi sentire, con i bambini in braccio, camminando senza farsi vedere tra soldati e squadroni della morte, sotterrando fotografie di monsignor Romero prima di uscire dalle loro casette, pregando Dio, hanno salvato la profondità della chiesa e del paese. Ci furono anche uomini. Con il meglio degli uni e delle altre fu realizzato il ministero fondamentale: non cedere di fronte all'antiregno e costruire il regno.
Non si tratta, quindi, di concedere alla donna, in un atto di giustizia e di riparazione, gli stessi diritti, ma di incorporare al ministero il loro contributo specifico: compassione, sensibilità, capacità di sofferenza, fedeltà, accoglienza, tenerezza... Se per tutto questo non ci fosse posto nei ministeri della chiesa, anche in quelli ordinati, vorrebbe dire che, per ricorrere al linguaggio di Pascal, lo spirito di "geometria" si è divorato lo spirito di "finezza" - cosa difficile da capire, se soltanto si va con la memoria all'esprit de finesse dimostrato da Gesù di Nazaret verso la donna.
Benedetto XVI insiste, a ragione, su "Dio". Noi abbiamo insistito sul "regno di Dio", dato che questo è ciò che nasce quando Dio passa attraverso la storia. Si deve, quindi, servire Dio, ma, detto con umiltà, si deve anche servire il "passaggio di Dio per il nostro mondo". È quanto hanno fatto i grandi ministri come monsignor Romero. Ed è ciò che ha fatto Gesù di Nazaret.
> Jon Sobrino
È nato nel 1938 a Barcellona da famiglia basca e ha compiuto gli studi in Spagna, in Germania e negli Stati Uniti. Gesuita della provincia dell'America centrale dal 1957, dal 1974 risiede in El Salvador. È professore di teologia e direttore del Centro "Monsenor Romero" presso l'Università cattolica dell'America centrale con sede a San Salvador.
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